Le danze del festival di Paro (Bhutan).

Con la primavera, quando le nevi cominciano a scogliersi, a Paro, in Bhutan, lo Stato ormai noto per essere il più felice del mondo, ha luogo il Tshechu, uno dei festival religiosi buddisti più importanti dell’omonimo distretto. Questo evento attira moltissimi viaggiatori ma non è affatto costruito per essere un’attrazione turistica, trattandosi invece di una festa religiosa autenticamente celebrata dalle comunità locali bhutanesi. Tshechu significa “decimo giorno” essendo tenuta il decimo giorno del secondo mese del calendario lunare bhutanese, corrispondente al compleanno di Guru Rimpoche, il prezioso maestro.

Guru Rimpoche è il nome popolare di Guru Padmasambhava, parola che vuol dire “colui che è nato da un fiore di loto”; questo santo, intorno all’800 d.C., diffuse in Bhutan il Buddismo Vajrayana, (buddismo del veicolo del diamante) chiamato anche Buddismo Matrayana (veicolo dei mantra segreti) o anche Tantrayaba (veicolo del Tantra, da cui buddismo tantrico), che complessivamente è noto come buddismo tibetano di cui quindi Guru Rimpoche è considerato il fondatore. Si tratta di scuole, lignaggi e dottrine che promulgano nuovi insegnamenti mirati a raggiungere, intento comune a tutto il buddismo, la conoscenza e quindi l’illuminazione. Il buddismo butanese, pur originando da quello tibetano, ha poi assunto caratteristiche specifiche per rituali, liturgia e organizzazione monastica, secondo le regole del Buddismo Mahayana (il Grande Veicolo). Il Bhutan è il solo Paese al mondo che ha mantenuto il buddismo Mahayana, nella sua connotazione tantrica Vajrayana, come religione ufficiale di Stato.

Il festival di Paro si svolge ogni anno sin dal XVII° secolo, quando Zhabdrung Ngawang Namgyal (il fondatore dello stato del Bhutan) e Ponpo Rigzin Nyingpo lo iniziarono nel 1644 in occasione della consacrazione dello Dzong della città.

Lo Dzong, struttura tipica del Bhutan che ne conserva di straordinari e visitabili, è un edificio costruito come una fortezza in pietra (i tetti invece sono in legno e assemblati senza uso di chiodi con tecniche di incastro) il cui interno è tuttavia adibito a monastero e alla gestione degli affari amministrativi della comunità; si noti che, per ragioni di sicurezza, il primo piano non presenta mai alcuna finestra. Chi ha visto il film “Il piccolo Buddha” di Bernardo Bertolucci troverà familiare il Rinpung Dzong di Paro perché qui sono state ambientate alcune scene del film.

In realtà sono vari gli Tshechu che si tengono in varie zone, templi, monasteri e dzong del Bhutan in vari periodi dell’anno; praticamente ogni luogo importante del Bhutan ha il suo Tshechu, così come avviene a Thimphu (l’altro famoso insieme a quello di Paro), Punakha, Wangdue e Bumthang.

Durante questa festa che dura 5 giorni, al ritmo di tombe, cembali, flauti e canti popolari, si svolgono rituali e spettacolari danze e forme di teatro (cham) in coloratissimi ed elaborati costumi tradizionali dove i danzatori, monaci e laici, hanno il viso coperto da incredibili maschere dal profondo e particolare significato; danzando essi rappresentano delle storie o accadimenti dell’ VIII° secolo, il tempo di Guru Rimpoche di cui ricordano la vita e le gesta; durante le rappresentazioni vengono invocate le divinità e gli insegnamenti tantrici che con la loro benedizione hanno il potere di annientare il male e portare pace e felicità al Regno.

Per i bhutanesi, che per l’occasione indossano i loro gioielli e abiti migliori, bevono té al burro e bevande d’orzo, partecipare al Tshechu significa venire benedetti, purificarsi dai peccati e guadagnare meriti; per i turisti è sicuramente il modo migliore per avvicinarsi alla gente e alla cultura bhutanese. Il momento più importante del Tsechu di Paro (ma anche degli altri Tsechu) è quando nel cortile interno dello Dzong viene dispiegato il Thangka (o Tangka), un enorme arazzo, magnifico esempio di arte buddista, che viene esposto solo per poche ore all’alba dell’ultimo giorno della festa. Il termine deriva dalla parola “than” che significa “piano” e “ka” che vuol dire “dipinto”; quindi il Thangka è un tipo di dipinto realizzato su una superficie piana.

Questo dipinto di 30 × 45 metri raffigura Padmasambhava al centro affiancato dalle sue due consorti (Mandarava e Yeshe Tsogyal) e dalle sue otto incarnazioni. Di solito Padmasambhava viene raffigurato con baffi e barbetta mentre in mano tiene un “vajra” e una “khatvanga”. Quest’ultimo è lungo bastone, in origine un’arma, adottato poi come simbolo religionso nel buddismo Vajrayana. Il Vajra è quell’oggetto simbolico, costituito da una sfera centrale ai cui estremi si trovano due loti con otto petali (che rappresentano i due mondi opposti, quello fenomenico del Samsara e quello tangibile del Nirvana) che dal punto di vista del “vuoto” sono assolutamtne uguali; gli otto petali rappresentano i quattro Bodhisattva, gli illuminati, e le loro consorti. Questo simbolo è ricorrente anche nell’Induismo e nel Tantrismo il cui nome, dal sanscrito, significa “diamante” o “fulmine” e rappresenta l’infrangibilità, l’immutabilità e l’autenticità della Verità ultima ma anche la vacuità, vera essenza di tutti gli uomini e del reale; inoltre, la trasparenza del diamante indica anche che la mente illuminata è “chiara”, “limpida” e “vuota” ed il “vuoto” è rappresentato proprio dalla sfera, ha la stessa natura dell’illuminazione. La Verità è come il fulmine ed indistruttibile come il diamante che distrugge ignoranza e inconsapevolezza. Da Vajra deriva il nome Vajrayana cioè il “veicolo di diamante”, la terza grande trasformazione del buddismo dopo lo Hinayana e il Mahayana.

Chi guarda il grande arazzo riceve in dono la liberazione dal peccato e questo è proprio il significato letterale del termine bhutanese ‘thongdroel‘, così come è anche chiamato questo grande Thangka. Dopo l’estensione del Thangka hanno luogo la danza del Signore della Morte (Shingje Yab Yum) e della sua consorte, la Durdag (danza dei signori dei terreni di cremazione), la danza dei cappelli neri (Shanag), la danza del tamburo (Drametse Ngacham), la danza delle otto specie di spiriti (De Gye mang cham) e altri canti e danze tradizionali. Poi il thangka viene arrotolato e riposto all’interno del Dzong per essere nuovamente ammirato l’anno seguente.

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Quest’anno, nel 2017, il festival di Paro si terrà dal 7 al 11 aprile.

Per il festival di Thimpu queste sono le date:

Thimpu Drubchen: dal 25 al 29 settembre 2017

Thimpu Tsechu dal 30 settembre al 2 ottobre 2017

Paro (2.250 m.s.l.m.) si trova in una delle più ampie valli del regno, la Paro Valley, ricca di risaie fertili, attraversata da un fiume di acqua purissima. Anche al di fuori del festival Paro merita una visita essendovi più di 155 templi e monasteri nel distretto, alcuni del XIV° secolo. Spettacolare è il monastero di Taktsang, chiamato “il nido della tigre” che si aggrappa ad una scogliera rocciosa a strapiombo sulla valle, raggiungibile con una salita a piedi o a dorso di mulo attraverso boschi di querce e rododendri. Secondo la tradizione bhutanese Padmasambhava si fermò qui quando arrivò in Bhutan volando aggrappato alla sua moglie tibetana Yeshe Tsogyal, trasformata in una tigre volante, da cui il nome del monastero.

Paro dispone di aeroporto internazionale e già il sorvolo è uno spettacolo.

Testimone della sepoltura celeste (Tibet).

La sepoltura celeste o Bya Gtor (elemosina per gli uccelli) è un antico rito funerario tibetano ancora oggi praticato da alcune comunità buddiste Vajrayana. Il corpo del defunto viene scuoiato ed esposto agli avvoltoi. Questa pratica In Tibet è conosciuta come jhator, che vuol dire fare l’elemosina agli uccelli. Il cadavere viene scuoiato dal tomden o Rogyapas (distruttore del corpo) il maestro del cerimoniale che alla fine chiama gli avvoltoi con le parole Shey, Shey (“Cibatevi, cibatevi”) che quindi arrivano sul cadavere. Le ossa e il cervello poi vengono frantumati con un martello di pietra e mescolati con farina d’orzo e burro di yak (Tsampa). Il tomden richiama ancora gli uccelli che ridiscendono per mangiare gli ultimi resti.Per i buddisti la morte è un naturalmente integrato nel ciclo eterno delle rinascite ed è semplicemente un involucro che permette di compiere il viaggio della vita. Dopo la morte i lama svolgono la pratica del Phowa il “trasferimento della coscienza”, in presenza della persona morta, affinché lo spirito abbandoni il corpo che quindi non ha più alcuna funzione. Lasciare il proprio corpo in pasto agli avvoltoi è un atto finale di generosità del defunto verso la natura che crea un legame con il ciclo della vita e che gli consente di  rimettere i propri ‘debiti karmici’ con gli altri esseri. Gli avvoltoi infatti sono uccelli che si cibano solo di animali morti e inoltre sono venerati e considerati dai tibetani una manifestazione delle dakini gli equivalenti tibetani degli angeli. Questo cerimoniale risponde anche ad esigenze pratiche in Tibet  il terreno è principalmente roccioso e spesso ghiacciato, rendendo difficile la scavatura di fosse. Inoltre, trovandosi la maggioranza del Tibet al disopra della linea degli alberi, il legname è scarso e quindi impossibile la cremazione.

Quella che segue è una testimonianza.

Sui gradini di fronte al monastero Drigung una dozzina di monaci stanno cantando. Davanti a loro, sul selciato del cortile, c’è un corpo avvolto in un panno bianco, portato sin lì su una barella un’ora fa. I monaci stanno pregando per uno spirito che un tempo era nel corpo ma ora lo ha lasciato. Oggi è la terza visita di questo genere per il Gonpa Drigung che ha una specialità florida ma raccapricciante: lo smaltimento dei morti. Io e il mio team siamo arrivati qui la scorsa notte dopo una lunga giornata da Lhasa a Meldor Gungkar County, nel Tibet centrale.

Il monastero Drigung si trova su una collina ripida che domina il nostro campo. Sopra il complesso religioso c’è un sito di “sepoltura celeste”, ovvero un luogo dove avviene lo smaltimento di un cadavere consentendo agli uccelli di divorarlo. Gli uccelli, convocati dall’incenso e venerati dai tibetani, gettano le loro escrementi sulle alte vette. Questa sepoltura è praticata in tutto l’altopiano, ma Drigung è uno dei tre siti più famosi e ritenuto di buon auspicio. Dopo il canto, camminiamo su un sentiero ben tracciato fino ad un alto crinale, mantenendo una rispettosa distanza dietro al corteo funebre che ha fatto tutta la strada da Lhasa per assolvere a questo ultimo compito per l’amico scomparso. Il terreno o Durtro, è un grande prato recintato con un paio di templi e un grande cerchio di pietre dove si svolge la cerimonia. Bandierine di preghiera pendono da numerosi chortens e il profumo di ginepro fumante purifica l’aria. Gli avvoltoi fanno un cerchio sopra le nostre teste e molti altri sono raggruppati sul prato, a pochi metri dal letto funebre. I Tibetani praticano diverse forme di smaltimento dei morti, ma la sepoltura celeste è il metodo più comune e in effetti è molto pratico in una terra in cui il carburante è scarso e la terra è spesso troppo difficile da scavare. Per me è un’opportunità straordinaria assistere a questa cerimonia. Ma sono anche in apprensione e mi chiedo come reagirò alla vista della morte. Arrivano uomini in lunghi grembiuli a scoprire il cadavere che è nudo, rigido e gonfio. Gli uomini hanno in mani enormi mannaie. Il sole e il cielo di un blu chiaro diffondono un po’ la mia inquietudine. Questi uomini non sono cerimoniosi, stanno solo svolgendo il lavoro, chiacchierano tra loro e si preparano ad iniziare.

I tibetani ritengono che, più importante del corpo, sia lo spirito del defunto. Dopo la morte, il corpo non deve essere toccato per tre giorni, tranne forse la sommità della testa, attraverso cui la coscienza, o namshe, se ne andrà. I Lama guidano lo spirito in una serie di preghiere che durano per sette settimane, poiché la persona prende la sua strada attraverso il bardo – lo stato intermedio che precede la rinascita.

Appena viene fatto il primo taglio, gli avvoltoi si affollano più da vicino ma tre uomini con lunghi bastoni li mandano via. In pochi minuti gli organi del morto vengono rimossi e messi da parte per dopo, per uno smaltimento separato. Ora gli avvoltoi tentano di entrare nel corpo ma sono impediti dall’agitare dei bastoni e dalle urla. Poi, al segnale, gli uomini simultaneamente lasciano cadere le mannaie. Il gruppo di uccelli si precipita nuovamente dentro e ricopre completamente il corpo, le teste degli avvoltoi scompaiono, ripiegate verso il basso per strappare pezzi di carne. Sono uccelli enormi, con ali di più di 2 metri, coperte di piume bianco sporco, ed enormi spalle grigio-marrone. Le loro teste non hanno piume per non impedire all’uccello di alimentarsi quando raggiunge un corpo.

Per tredici minuti gli avvoltoi sono in frenesia. L’unico suono è lo strappo della carne e il loro pigolare nel competere per i pezzi migliori. Gli uccelli si stanno gradualmente saziando e alcuni prendono il volo, le loro enormi ali suonano come locomotive a vapore dal battere di ali sopra la testa. Ora gli uomini tirano fuori ciò che resta del cadavere – solo uno scheletro insanguinato – e mandano via gli uccelli rimasti. Prendono le enormi mazze e si mettono a rompere le ossa del defunto. Gli uomini parlano mentre lavorano, a volte ridendo perché, secondo la credenza tibetana, le spoglie mortali sono solo un vaso vuoto, lo spirito del morto è già andato via e il suo destino sarà deciso dal karma accumulato attraverso tutte le vite passate.

Le ossa sono presto ridotte come schegge, mescolate con farina di orzo e poi gettate a corvi e falchi che hanno atteso il loro turno. Gli avvoltoi restanti afferrano pezzi di cartilagine ammorbidita e avidamente li divorano. Mezz’ora dopo, il corpo è completamente scomparso. Anche gli uomini se ne vanno avendo finito la loro giornata di lavoro. Ben presto, la collina torna alla sua serenità. Penso all’uomo la cui carne è ora sopra le montagne e decido che, se mai mi capiterà di morire su quell’ altopiano, non mi dispiacerebbe seguirlo.

[Nota: su richiesta delle persone che partecipano al funerale, non sono state prese le foto]

libera traduzione da Witness to a Tibetan Sky-Burial A Field Report for the China Exploration and Research Society by Pamela Logan, Drigung, Tibet; September 26, 1997 http://alumnus.caltech.edu/~pamlogan/skybury.htm

immagine da http://trendspost.com/feeding-the-vultures-the-sacred-sky-burials-of-tibet/

ll monastero di Chimi Lhakhang e i suoi simboli fallici.

Si raggiunge il monastero buddista di Chimi Lhakhang dopo una piacevole passeggiata tra le bellissime case antiche e i campi di riso. Siamo a Punakha, in Bhutan. Questo monastero è stato costruito in onore di Lama Drukpa Kunley vissuto tra il 15° ed il 16° secolo.  Egli era conosciuto come “uomo pazzo divino” perché era appassionato di donne e di vino ed aveva adottato modi blasfemi e non ortodossi per insegnare il buddismo. Lama Drukpa Kunley viene chiamato anche “il santo della fertilità ” e per questo motivo le donne di tutto il mondo vengono qui per essere bendette. È stato  infatti proprio lui a diffondere la leggenda che i simboli fallici dipinti sui muri e sulle case servissero a scacciare i demoni.

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Il fallo di Kunley, come dipinto, è chiamato la “Folgore di ardente sapienza”. Secondo la leggenda, questo Lama usava il proprio fallo per colpire le demonesse e trasformarle in divinità protettrici. Si dice anche che egli è “forse l’unico santo nelle religioni del mondo che si identifica quasi esclusivamente con il fallo e la sua forza creativa”. È per questo motivo che il suo fallo, come simbolo, è raffigurato sui muri delle case ed è presente nei dipinti Thangka dove egli è raffigurato con un “bastone di legno con la testa del pene”. Il monastero ospita oggi diversi falli di legno, tra cui uno con manico in argento che il santo pazzo si suppone abbia portato dal Tibet e che oggi viene spesso utilizzato, dall’ attuale Lama del monastero, per colpire le donne in testa come benedizione di fertilità. Tradizionalmente, in Bhutan, i simboli di un pene eretto in Bhutan sono utilizzati per scacciare malocchio e maldicenze.

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Bastoncini profumati. L’incenso indiano.

Vero è che gli incensi furono utilizzati nell’antico Egitto per favorire un collegamento con i morti e persino la tomba di Tutankamon fu stipata di profumi e incensi. Anche i Babilonesi ne fecero uso nelle cerimonie religiose. In Israele fu importato nel 5° secolo aC e da lì, secondo alcuni, si sarebbe diffuso verso la Grecia, Roma e India. Una leggenda racconta che Ippocrate (460-377 aC) combatté la peste ad Atene bruciando piante aromatiche in tutta la città. Presso i romani divenne importante elemento per i sacrifici pubblici e privati. Anche gli indiani d’America hanno da sempre corredato di incenso le loro cerimonie religiose. Nella penisola arabica il commercio di incenso si sviluppò per secoli, soprattutto in Oman. E persino l’Antico e il Nuovo Testamento raccontano di questa inebriante sostanza che costituì prezioso dono per la nascita di Cristo insieme all’oro e alla mirra. Le Chiese cattolica romana, protestante e ortodossa lo bruciano in particolari occasioni. Probabilmente anche i Maya e gli Atzechi lo utilizzarono per culto. L’incenso arriva in Cina nel 200 dC e in Giappone grazie ai monaci buddisti che ivi si recavano per diffondere il loro messaggio. In Tibet cominciò ad essere importante supporto alla meditazione. Eppure, l’odore di incenso mi conduce inevitabilmente all’India. Tra villaggi e templi indiani continua a stimolare i sensi un inebriante profumo di incenso che appartiene da secoli alla tradizione popolare e viene utilizzato ancora oggi per scopi religiosi. Si parla di incenso già nei Veda, gli antichi testi sacri, scritti dagli Arii che nel 2200 aC arrivarono nell’India nord occidentale, dove se ne descrive il suo impiego per la profumazione ambientale e per la medicina ayurvedica (che, secondo i più, prende origine proprio dalla tradizione dei Veda) praticata dagli antichi monaci; questi veri e propri medici ayurvedici, per esaltarne il potere curativo, ne definirono gli ingredienti fatti di frutta, come l’anice stellato, di materiale arboreo come il legno di sandalo, di aloe, di cedro, di cassia, di radici, come la curcuma, il vetiver, lo zenzero, di fiori come chiodi di garofano e patchouli. Nella più antica tradizione popolare si utilizzavano anche gelsomino, rosa, sandalo, champa, cedro e muschio.

Ma il grande palcoscenico dell’incenso è la profonda tradizione religiosa durante il rituale induista, buddista e giainista della Dhupa quando, durante la Puja, cioè la preghiera, l’incenso viene offerto alla divinità per conferigli rispetto, per allontanare i demoni, oltre che in segno di purificazione. L’incenso, bruciando, simboleggia il fuoco che trasforma la materia in spirito.

Un tempo usato sotto forma di Dhoop (pasta), oggi il suo più diffuso utilizzo è sotto forma di bastoncini chiamati agarbathi che in sanscito significa odore, aroma, realizzati con polvere di carbone e masala cioè una miscela di spezie arrotolate attorno a un bastoncino di bambu’. Ma non fu sempre così. Fu agli inizi del 1900 che al Maharaja di Mysore venne in mente da avvolgere la pasta dell’incenso su bastoncini di bambu’ arrotolati a mano da artigiani locali soprattutto donne, il che migliorò l’economia locale grazie al gran successo popolare che questa nuova forma ebbe grazie alla facilità d’uso. L’incenso viene tuttavia utilizzato anche sotto forma di coni e resine. Ancora oggi Mysore, con Bangalore, nello Stato del Karnataka, rappresentano i maggiori centri di produzione degli incensi.

L’incenso è anche l’antenato dell’aromaterapia praticata per ridurre ansia e stress ed accendere l’energia. La molecola dell’odore stimola, infatti, attraverso i nervi olfattivi, il sistema limbico, una zona primitiva del cervello responsabile dell’origine e della gestione delle emozioni che, anche attraverso essi, compone la memoria, determina il comportamento e sviluppa l’ apprendimento.

Nella mia piccola casa l’accensione di un incenso è ormai un consolidato piacere come bere il caffé la mattina. Ne assaporo l’aroma, i ricordi che evoca, il colore e la forma dategli da mani lontane che simbolicamente stringo preparandomi ad allumare quella piccola fonte di estasiante profumo.

(by Passoinindia)

immagine di copertina https://kihm2.wordpress.com/2009/04/21/incense-1906-2/

Le eterne grotte di Ajanta.

Sono 29, nel mezzo di una valle solitaria, una magnifica più dell’altra, a ridosso di una scogliera dove il fiume Waghora si snoda in una forma a ferro di cavallo, a 105 km. da Aurangabad, nello Stato indiano del Maharashtra. E’ stata una fortuna che gli inglesi casualmente ne scoprissero l’esistenza nel 1819. E’ il periodo dei monsoni e l’acqua sotto suona impetuosa a disturbare il ridondante silenzio delle ventinove grotte di Ajanta, mentre le raggiungo da un percorso a gradini che corre sulla roccia, più fortunato di coloro che, al tempo, vi accedevano dal lungofiume tramite una scala. Sono stati 200 monaci buddisti a scavare queste grotte per farne monasteri (viharas) e sale di preghiera (chaitya grihas) nel secolo II e, durante i periodi Gupta (uno dei maggiori imperi dell’India antica) e post Gupta, nei secoli V e VI a.C. Intorno a quelle grotte, per circa nove secoli, girò, insieme al culto buddista e all’arte degli artisti dedicati alle decorazioni, anche la didattica, perché i monaci, nei loro viaggi itineranti e diffusori del messaggio religioso, trovavano conforto in esse durante il periodo delle piogge in giornate proprio come quella odierna. La bellezza naturale della zona spiega il motivo per cui i monaci scelsero proprio questo luogo per le loro attività spirituali. Ed eccole, numerate da 1 a 29, un seriale splendore che rappresenta l’inizio dell’arte classica indiana. Comincio la mia visita che, con tutte le tassative raccomandazioni di non usare il flash, termina dopo circa 2 ore.

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Là dentro ho trovato tutta la decantata bellezza del sito, Patrimonio dell’Unesco, raffinate pitture murali, mandala, ammalianti decorazioni geometriche, animali e floreali, sublimi architetture e rappresentazioni del Buddha.

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Il Buddha, nelle grotte di scuola Theravada (II e inizi del I secolo a.C.), è raffigurato in forma simbolica, come un trono, un albero o una impronta. Nelle raffigurazioni di tradizione Mahayana (la scuola buddhista che incoraggia le rappresentazioni del Buddha attraverso dipinti e sculture), è invece dipinto in forma umana, tra i suoi bodhisattva (illluminati); qui, i coloratissimi murales ne descrivono le vicende prima (secondo quanto raccontano le storie Jataka) e dopo la sua reincarnazione. Nella dottrina Mahayana infatti qualunque essere seziente (tutti degli esseri viventi dotati di almeno un organo di senso che vivono nel saṃsāra cioè nei cicli di vita morte e rinascita) può raggiungere l’illuminazione (bodhisattva) e quindi lo stato di buddha (grazie alla pratica e alla scelta sincera di un voto di bodhisattva) in quanto la “natura di buddha” è insita in essi. Invece per il buddismo Theravada esiste un solo Buddha per ogni era e gli śrāvaka cioè i suoi seguaci, possono realizzare la bodhi divenendo degli arhat (i risvegliati degni di venerazione) e raggiungere il nirvāṇa (libertà dal desiderio), ma non possono realizzare la buddhità (l’illuminazione) poiché essa è preprogativa solo e unicamente del Buddha. Alcuni studiosi preferiscono chiamare Vakataka le grotte di tradizione Mahayaba, dal nome della dinastia regnante in quel periodo, supponendo che proprio un re indu di dinastia Vākāţaka possa essere stato il suo promotore.

          Ajanta Caves, India - paintings and sculptures            ajanta caves 2

Questi capolavori, in alcuni dei quali è evidente l’eredità ellenica portata in India da Alessandro Magno, si sono mantenuti nel tempo. I dipinti si sono conservati grazie alla complessa preparazione della superficie della roccia che li accoglie e che è stata incisa proprio perché ad essa aderisse efficacemente lo strato di terra ferrugginosa mischiata a graniglia, sabbia, fibre vegetali, sterco di vacca e peli di animali. Su di essa, una volta asciutti tutti gli strati, gli artisti dell’epoca (anche induisti) avrebbero eseguito le loro splendide pitture ottenute con pigmenti naturali ocra, rosso, verde, azzurro, legati tra loro da una specie di colla. Questo colori sono stati posati sulla roccia, per decorarla, non “af -fresco”, non quindi su calce bagnata (che nell’affresco ha lo scopo di legare i colori), ma come vere e proprie tempere. La calce veniva infatti utilizzata solo a decorazione ultimata per lisciare e lavare la superficie allo scopo di risaltarne i colori. Questi capolavori vennero realizzati in luoghi carenti di luce, tali erano e sono oggi queste grotte, con l’aiuto di piccole lampade ad olio, oppure della luce riflessa del sole su lastre di metallo o sulle pozze d’acqua appositamente raccolte davanti ad esse. Questo gesto antico è oggi necessariamente ricordato da un assistente alle visite del sito, che convoglia la luce del sole sulle superbe decorazioni con l’ausilio di uno specchio, allo scopo di farne ammirare al visitatore tutta la magnificenza.

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Lontano odo il suono delle cascate amplificato dalla gola in cui risiedono pacifiche le grotte di Ajanta. Il fiume, alto, gorgoglia, forse geloso del suo tesoro millenario.

Testo by PASSOININDIA

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Maitreya, il Buddha del futuro.

Durante un viaggio in Ladakh, nel nord India, rimasi sorpresa da una grande statua di Buddha posta proprio sopra una collinetta antistante il monastero di DISKIT, che dominava il panorama mozzafiato della VALLE DI NUBRA, a 3048 metri slm. I suoi colori, dalle prevalenti tonalità rosso, rosa e giallo, sposavano un cielo immenso, a corona delle grandi montagne.

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Ci girai attorno, incontrando qua e là qualche monaco, guardai in su e mi dissi che era davvero altissima, la più grande che avessi mai visto, stante i suoi ben 32 metri che mi rendevano formica. Mi colpì la sua maestosità, in quella terra già maestosa e maestra di suo. Regnava imponentemente su quel territorio, con le mani giunte, a pregare per l’Umanità intera. Era rassicurante stare lì sotto, coccolata da quel silenzio himalaiano e dalla protezione del Buddha. Scoprii presto che quei grandi piedi appartenevano a MAITREYA, in onore del quale la statua è stata eretta. Maitreya è considerato il Buddha del futuro, il Buddha che ancora deve arrivare, successore di GAUTAMA BUDDHA, quello che comunemente conosciamo come SIDDHARTA e che visse presumibilmente tra il 566 a.C. e il 486 a.C. (avete letto il libro di Hermann Hesse?).

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Le varie correnti buddiste, che lo venerano all’unisono, ne aspettano la venuta essendo così scritto nei testi sacri ed avendo lo stesso Buddha predetto di non essere l’ultimo. Maitreya, che significa gentilezza amorevole, otterrà l’illuminazione e avrà compassione e buona disposizione d’animo verso tutti. Come in altre sue simbologie, Maitreya, è seduto su un trono, con i piedi per terra, pronto ad alzarsi e a venire sulla Terra quando sarà l’ora; quindi gli oceani si ritireranno, Maitreya lì attraverserà e farà cessare guerre, carestie ed epidemie e, in sette giorni, otterrà l’illuminazione, la Bodhi (la mèta del percorso religioso, quella che per gli induisti si chiama moksa, l’uscita dal ciclo delle reincarnazioni),grazie alle sue molte vite spese per diventare Bodhisattva. Egli svelerà il nuovo DHARMA (gli insegnamenti del Buddha e la via verso l’Illuminazione, simboleggiata da una ruota, il dharmachakra) all’umanità, fondando un nuovo mondo e ponendo fine ad un’era di decadenza. In altre rappresentazioni, Maitreya è raffigurato in piedi, come sospeso in aria, libero dal samsara (il ciclo delle rinascite). La statua che ho davanti lo raffigura con le mani giunte ma in altre immagini questo Buddha  tiene in mano la kalaśa, una fialetta di amrta, il nettare dell’immortalità che rappresenta il nirvāṇa (il fine ultimo della vita, lo stato in cui si ottiene la liberazione dal dolore), e altre volte regge il chakra, la ruota poggiata su un loto a significare che egli rimetterà in moto la Ruota del Dharma che si era ormai fermata sulla Terra. Maitreya è venerato anche nell’Induismo, considerato un avatar (cioè la discesa sulla terra della divinità per ristabilire il dharma) di amore e compassione, per portare un nuovo insegnamento basato sui principi di giustizia, libertà e condivisione.

Una brezza leggera mi sfiorò, alzai il capo, colpita dal bagliore del sole riflesso sulla statua del Buddha.

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foto PASSOININDIA

testo PASSOININDIA con l’ausilio di Wikipedia

 

 

LA TANA DELLA TIGRE (BHUTAN).

C’è una salita di due ore che parte dal fondovalle, a 10 chilometri da Paro e a circa 2500 mt. di altitudine; il sentiero che imbocco è solo uno dei tre punti di accesso alla mia meta e lo scelgo perché è quello percorso dai devoti; è ben tenuto ma molto ripido e i tornanti, salendo, si fanno sempre più impegnativi; arranco lento, con il respiro affaticato, tra pini blu e rododendri in fiore. Rallento, per meglio gestire l’altitudine che aumenta e mi guardo intorno, sorpreso e incredulo di essere quasi arrivato lassù. Proseguo lungo una mulattiera, in una foresta decorata da bandiere colorate su cui i fedeli hanno scritto le loro preghiere.Tra un albero e l’altro lo vedo, viene e scompare, si fa desiderare, mi chiama con il tocco delle sue campane. Mi sorpassano, con i loro piccoli bambini, le madri del luogo e i muli, che rasentano il precipizio, al servizio dei turisti già stanchi. Non mi scoraggio e proseguo, certo che ne avrò la meritata soddisfazione. Eccolo, lo vedo ancora, superbo, colorato, sacro, avvolto dalla nebbia del Buthan. In fondo al canyon, una cascata d’ acqua che salta 60 metri, considerata sacra in quel luogo interamente sacro, che crea un alveo attraversabile tramite un ponte. Arrivo esausto e, tolte le scarpe, tramite uno stretto passaggio, entro finalmente nella caverna della Tigre, alta e profonda che respira freddo e gela il sudore; nell’oscurità, dozzine di immagini di Bodhisattva, scintillanti lampade votive e una sacra scrittura realizzata in polvere d’oro e d’osso dal divino Lama. Mi trovo al Monastero di Taktsang Palphug, costruito a strapiombo sul fianco di una montagna a 3200 metri di altezza sul livello del mare (si fa per dire), 700 mt. sopra la Valle di Paro, Buthan, nelle pieghe della catena himalayana. Davanti agli occhi, una costruzione composta di più templi in cui dominano il colore rosso ed oro dei tetti e il bianco cangiante delle mura di mattoni. La roccia sorregge questo gompa dal 1692 quando venne posata la prima pietra di questo capolavoro. E il gompa ricambia l’affetto abbracciando la caverna di Taktsang Senge Samdup, anch’essa sacra, perché qui Padmasambhava meditò per tre mesi nell’VIII secolo. Infatti, i primi monaci buddisti erano asceti che, diffondendo il messaggio del Buddha, trovavano ricovero nelle grotte. Ebbene, questo Guru (vuol dire spiritualmente “pesante”), considerato il secondo Buddha è colui che, bramino, diffuse il buddismo tantrico attraverso il Bhutan e il Tibet nel ‘700. Padmasambhava è il guru Rinpoche(“prezioso”) per eccellenza, titolo onorifico utilizzato frequentemente all’interno del Buddismo tibetano, riservato ai lama e ai tulku, i bodhisattva   che hanno rinunciato alla moksa (la liberazione dal ciclo nascita, morte e rinascita) e si sono reincarnati per diffondere il messaggio illuminato. La caverna intorno alla quale è costruito il monastero si chiama Tana della Tigre e gli regala il nome, Taktsang, perché Padmasambhava è giunto lì dal Tibet cavalcando proprio una tigre volante. Si dice anche che quella tigre fosse in realtà la moglie di un imperatore che, volendo diventare discepola del Guru, si trasformò in una tigre portandolo sul suo dorso dal Tibet a Taktsang. Per questo il luogo è consacrato alla divinità della tigre. Tutto è mistico, l’edificio, i monaci in rosso, la splendida natura e il panorama mozzafiato. Persino colui che ne iniziò la costruzione, Tenzin Rabgye è considerato sacro perché ritenuto la reincarnazione del guru Padmasmabhava; egli infatti frequentava la grotta, si alimentava con poco cibo, e scongiurò ogni sorta di incidenti durante i lavori; si dice che in quel tempo la gente di Paro vide formarsi nel cielo, sopra il tempio, figure di diversi animali oltreché simboli religiosi come piogge di fiori che apparivano nell’aria e svanivano prima di toccare terra.

Giro tutto intorno al gompa, attraverso i piccoli passaggi, scalinate realizzate in roccia locale e ponti di legno sospesi e mi accorgo che nulla è fuori posto; tutto è in perfetta armonia con l’ambiente circostante; ci sono quattro templi principali e le residenze dei monaci. Mi spiegano che i monaci che praticano il buddismo Vajrayana (la religione di stato del Bhutan) devono vivere formalmente qui per tre anni prima di scendere nella valle di Paro. Oltre alla Tana della Tigre ci sono altre sette caverne, ma solo tre facilmente accessibili al pubblico. Cerco e trovo la magnificenza di una statua del Buddha. Il santuario principale di Taktshang è anche la residenza del Lama Capo, Karma Thupden Chokyi Nyenci. Gli interni non sono da meno del fuori, decorati con splendidi dipinti raffiguranti Klu, il semidio rappresentato con testa umana e corpo di serpente, che si dice risiedesse nei laghi a guardia di tesori nascosti; colorati arcobaleni, fiori di loto, il Buddha nella sua lotta contro i demoni e il paradiso che avvolge il santo Guru Padmashambahava. Mi affaccio ad una delle decorate balconate del tempio, conscio di aver vissuto un giorno fortunato. Dopo i lavori di restauro nel 2005 resi necessari da un incendio che colpì Taktshang nel 1998 e che costarono ben 135 milioni il tempio è risorto più bello di prima. Chissà, forse tornerò nella valle di Paro, durante il festival popolare di Tsechuene che ogni anno i bhutanesi celebrano in onore del grande Guru e che nel 2014 avrà luogo dall’11 al 15 Aprile. Se Padmashambahava vorrà, io ci sarò.

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Le reliquie di Buddha

Reliquiosamente

Las reliquias de Buda                                                                                             Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace

Buddha

Una collezione di reliquie di Buddha e di altri maestri buddhisti sta ultimamente facendo il giro del mondo, il ‘Maitreya Heart Shrine Relic Tour’, dimostrando che il culto delle reliquie è molto presente anche nella religione buddhista. Vengono esposte, fra altri oggetti, le famose ‘sharira’ (reliquie) o ‘ringsel’. Si tratta di particelle arrotondate di diversi colori, una specie di sassolini, dure e di natura indeterminata. Le sharira possono essere prodotte non solo dai Buddha, ma anche da altre persone che abbiano raggiunto un alto…

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Il governo buddista di Ashoka

Re Ashoka (che in sanscrito vuol dire “senza dolore”), il terzo monarca della dinastia indiana Mauryan (268-232 a.c.), nato intorno al 304 a.c., fu un re crudele e spietato che si convertì al buddismo e divenne così un re virtuoso. Il suo regno ha coperto la maggior parte dell’India e della Persia, l’Asia del Sud, il Bengala e Mysore. fino all’attuale Afghanistan. La sua ammirevole politica è testimoniata dagli editti che egli scrisse su rocce e colonne che nel XIX secolo furono trovati in India, Nepal, Pakistan e Afghanistan. Con questi editti Ashoka intendeva trasferire ai posteri i principi del suo governo e quindi, dalle incisioni sulla pietra, è stato possibile conoscere i suoi principi morali che informarono le sue riforme e guidarono la creazione di una società giusta e umana. Dagli studi di questi scritti emerge la figura di un sovrano potente e in grado di stabilire un impero fondato sulla giustizia e sul benessere morale e spirituale dei suoi sudditi. Egli assunse il titolo  di “Devanampiya Piyadassi” che significa “amato dagli dei, colui che guarda con affetto.”La sua conversione a questi principi ebbe origine da  due anni di guerra di successione in cui  fu  ucciso almeno uno dei suoi fratelli. Nel 262 a.c., infatti, otto anni dopo la sua incoronazione, l’esercito di Ashoka attaccò e conquistò Kalinga (territorio corrispondente all’attuale Orissa). L’enorme perdita di vite umane e la grande disperazione che ne derivò, determinò un cambiamento completo nella sua personalità. Così egli cominciò ad applicare i principi buddisti per la gestione del suo vasto impero che diffuse sia in India che all’estero tanto che, si ritiene, furono opera sua i primi  monumenti buddisti (stupa, nonasteri ecc.).

Nei suoi editti Ashoka fa spesso riferimento alle opere buone che ha fatto e dice ai suoi sudditi, che egli considerava come suoi figli, che il loro benessere è la sua principale preoccupazione; Ashoka si scusa per la guerra di Kalinga e rassicura la gente oltre i confini del suo impero di non avere intenti di conquista dei loro territori. Ashoka infatti  rinunciò alla politica estera predatoria che sino ad allora aveva dominato la politica del suo impero, sostituendolo con una politica di coesistenza pacifica. Egli sperava di infondere nei suoi sudditi la sua filosofia religiosa, pur divulgando principi di tolleranza, promozione e protezione, quale dovere di Stato,  verso le altre religioni da cui il suo popolo avrebbe dovuto mutuare i buoni insegnamenti. Egli parla della morale di Stato e della moralità individuale, entrambe ispirate  ai  valori buddisti della compassione, della moderazione, della tolleranza e del rispetto per ogni forma di vita.  Ashoka riformò il sistema giudiziario informandolo a principi di equità, sospendendo l’esecuzione ai condannati a morte e condonando le pene ai prigionieri; abolì la tortura e ogni forma di abuso. Egli, secondo gli insegnamenti del Buddha, bandì lo sperpero della spesa pubblica e utilizzò le risorse statali per utili opere pubbliche, tra cui l’importazione e la coltivazione di erbe mediche, la costruzione di case di riposo ed ospedali, lo scavo di pozzi lungo le strade principali e la coltivazione di frutta e alberi da ombra. Pose termine alle inutili cerimonie di buon auspicio  sancendo che fosse più importante trattare correttamente le persone. Ashoka si avvicinò alla sua gente per comprenderne i bisogni e diede la sua piena disponibilità all’ascolto del popolo, qualunque faccenda lo tenesse occupato in quel momento. Lo Stato aveva la responsabilità non solo di proteggere e promuovere il benessere del suo popolo, ma anche la sua fauna. Vietò così la caccia  di alcune specie di animali selvatici e la crudeltà verso tutti gli animali domestici e selvatici, bandendone il sacrificio nei rituali religiosi ed insegnando il rispetto per ogni forma di vita.

Con la moralità individuale Ashoka promosse il rispetto e la generosità verso i genitori, gli anziani, gli insegnanti, gli amici, i servi, gli asceti e i bramani,  secondo il consiglio dato a Sigala dal Buddha, nonché verso i funzionari e i dipendenti. Per lui, moralità individuale significava anche  cortesia, auto analisi, veridicità, gratitudine, purezza di cuore, entusiasmo, fedeltà, auto-controllo e amore per il Dharma. Promosse  i pellegrinaggi e lui stesso andò sino a Lumbini e Bodh Gaya e inviò i suoi monaci a diffondere il grande messaggio buddista. Non si sa molto delle conseguenze delle sue riforme ma quel che è certo è che egli le sentì doverose in ottemperanza alla filosofia  buddista che aveva pervaso la sua vita e che rappresentò un perenne esempio per tutti i monaci del mondo.

Così si legge in uno dei suoi editti_

Sua Maestà il re santo e grazioso rispetta tutte le confessioni religiose, ma desidera che gli adepti di ciascuna di esse si astengano dal denigrarsi a vicenda. Tutte le confessioni religiose vanno rispettate per una ragione o per l’altra. Chi disprezza l’altrui credo, abbassa il proprio credendo d’esaltarlo”.

E ancora…

In verità, ritengo che il benessere di tutti sia il mio dovere, e la radice di questo dovere sta nello sforzo e nella azione profusi per questo scopo. Non c’è lavoro migliore che promuovere il benessere di tutte le persone e intendo ripagare il debito nei confronti di tutti gli esseri umani per assicurare loro la felicità in questa vita e il raggiungimento del cielo nella prossima. Pertanto, questo editto Dhamma è stato scritto per durare a lungo affinché i miei figli, nipoti e pronipoti possano agire in conformità con esso per il bene del mondo.”.

Ashoka morì nel 232 a.C. nel trentottesimo anno del suo regno.

Ogni colonna riportante gli editti di Ashoka era stata originariamente ricoperto da un capitello, a volte un leone, un toro o un cavallo e quei pochi ancora rimasti  sono capolavori dell’arte indiana.

Una delle colonne di Ashoka più famose è quella di Sarnath dove si trova ancora oggi (Sarnath è a 20 kn da Varanasi, dove il Buddha tenne il suo primo discorso da illuminato). Sulla colonna è scritto “Nessuno deve provocare divisioni nell’ordine dei monaci”. Il capitello, che in origine lo sovrastava, formato da quattro leoni che si danno le spalle, si trova  attualmente  nel Museo di  Sarnath ed è stato adottato come emblema nazionale dell’India; il disegno della ruota a 24 raggi che, sul capitello, simboleggia il Chakra di Ashoka o ruota (o ciclo) della Giustizia (in sanscrito Dhamma o Dharma), dal 22 luglio 1947 è stato posto al centro della bandiera nazionale dell’India.

Gli editti di Ashoka vennero scritti in una lingua vicina al sanscrito  ma un editto in Afghanistan è bilingue (greco ed aramaico).

un sito interessante a proposito:

http://www.cs.colostate.edu/~malaiya/ashoka.html

Un testo intressante: “Gli editti di Ashoka” Ediz. Adelphi.

VENITE CON ME NEL KARMA (PARTE 6)

IL KARMA O LEGGE DI CAUSA ED EFFETTO (a cura di Sabina Guzzanti)

Parte 6 (continua da parte 5)

Come si cambia  (Il Karma)

Scrive Nichiren Daishonin: «Mentre il saggio osservava i principi e assegnava i nomi a tutte le cose, percepì l’esistenza di una legge meravigliosa (myoho) dotata simultaneamente di causa ed effetto (renge) e la chiamò Myoho-renge. Questa Legge di Myoho-renge comprende in sé tutti i fenomeni dei dieci mondi e dei tremila regni, nessuno escluso. Chiunque pratichi questa Legge otterrà simultaneamente sia la causa che l’effetto della Buddità»(ibidem, vol. 9, pp. 11-12).
Il grande maestro T’ien-t’ai nel trattato sul Sutra del Loto scrive: «Qui il termine renge non è un simbolo, è l’insegnamento del Sutra del Loto. Tale insegnamento è puro e incorrotto e spiega minutamente la Legge di causa ed effetto. Perciò gli è stato dato il nome di renge o fiore di loto. Questo nome designa l’entità percepita nella meditazione sul Sutra del Loto, non è una metafora» (ibidem, p. 11).
La simbologia del loto ci rimanda al problema della trasformazione del karma.
Se, come abbiamo detto, gli altri sono uno specchio della causa karmica che esiste dentro di noi, cambiando questa causa l’ambiente in cui viviamo cambierà nella stessa misura.
È importante sottolineare che il cambiamento non è determinato dalla paura della punizione o dall’attesa di un premio. Il cambiamento invisibile che avviene dentro di noi e che porta a cambiamenti visibili nella nostra vita è solo quello che nasce da un’automotivazione, per decisione personale.
Se cambio per paura di una punizione, ad esempio, otterrò un effetto conseguente a quella paura; bisogna sempre ricordare che è l’intenzione o ichinen a plasmare il futuro, non l’apparenza.
Per comprendere fino in fondo la teoria del karma è necessario evitare le separazioni: comprendere che la mente non è separata dal corpo, l’io non è separato dall’altro, l’individuo non è separato dall’ambiente, la vita non è separata dalla morte, il presente non è separato dal futuro, noi stessi non siamo separati da noi stessi.
Il karma è ad ogni modo una forza profonda e difficile tra trasformare. Per vincere questa forza oscura che ci sottrae libertà e gioia sono necessarie una forte fede e una forte determinazione. Innanzitutto è importante verificare che la nostra mente sia rivolta verso il futuro. Se guardiamo al passato pieni di rimpianto o se viviamo alla giornata, senza avere un progetto, un sogno, qualcosa che ci spinga a migliorare e a porci tante domande su noi stessi e sulla vita, non faremo nessun progresso. La nostra esistenza sarà statica o retrocederà.
Nella vita quotidiana è importante mantenere sempre uno stesso ciclo: stabilire uno scopo, pregare con sincerità, sforzarsi al massimo per trovare un modo di realizzarlo (vale a dire agire) e ottenere un effetto (cioè realizzare l’obiettivo).
Non è sufficiente decidere una volta, è necessario mantenere questa decisione costante nel tempo. Ribadire con noi stessi la nostra decisione ogni volta che ci scoraggiamo, ci distraiamo o ci troviamo di fronte a un ostacolo sul nostro cammino che sembra troppo faticoso superare.
Mantenendo questo ciclo si accumulano esperienze che rafforzano la nostra fede. Ci fanno sentire che ciò che il Buddismo insegna corrisponde davvero al funzionamento della vita.
Preparare una grande determinazione è fondamentale ma non è però sufficiente. Nichiren Daishonin afferma: «Usa la strategia del Sutra del Loto prima di ogni altra» (ibidem, vol. 4, p. 195). Il che significa che dopo avere preso una decisione dobbiamo continuare a recitare Nam-myoho-renge-kyo. In questo modo saremo in grado di:
– manifestare la saggezza del Budda, che è superiore alla nostra saggezza di comuni mortali e ci permetterà di trovare la soluzione più appropriata;
– avere più forza vitale e intraprendere quindi l’azione migliore;
– rendere l’ambiente favorevole al nostro sviluppo.
Mantenendo questo tipo di determinazione e di pratica, come scrive Daisaku Ikeda nella Rivoluzione umana «l’impossibile si trasforma in possibile».