Jagannath, il tempio dei misteri (Orissa).

 

Mi trovo a Puri, nello Stato indiano orientale dell’Orissa, vicino al tempio indu di Jagannath, particolarmente importante per gli induisti; il tempio è infatti uno dei quattro char dhams, cioè una delle quattro importanti mete di pellegrinaggio situate nei quattro punti cardinali dello Stato indiano che nella vita un induista deve visitare per ottenere la liberazione dai peccati e la salvezza eterna. Gli altri tre templi di questo tenore sono Badrinath, al Nord, Rameshwaram, al Sud, Dwarka, ad ovest. Per completezza va detto che esiste anche un altro Char Dham che conosciuto come “Chota CharDham“, nello Stato di Uttarakhand e conosciuto come “Terra degli Dei”.

Ma oggi è del Jagannath temple che vi voglio raccontare. Il tempio è dedicato al Signore Jagannath, considerato il Dio e monarca supremo dello Stato di Orissa, nonché avatar del dio Visnu. Il termine avatar, dal sanscrito, significa “disceso” ed è la consistenza che assume un Deva (dio) o una Devi (dea) quando si incarna in un corpo fisico per svolgere determinati compiti. Questo termine viene usato principalmente per definire le diverse incarnazioni di Vishnu, tra cui le più note sono Krishna e Rama. Il Dio Jagannath di Puri è importante perchè rappresenta tutte le divinità dei culti religiosi che rientrano nell’ambito dell’Induismo. Così è Shiva per un Saivite, Ganapati per un Ganapatya (devoto del Dio Ganesh con la testa di elefante), Kalika per un Sakta (colui che adora Sakti come moglie di Shiva) eccetera. Per questo il tempio di Puri è il luogo dove si realizza la massima integrazione tra correnti religiose differenti, vedica (strettamente collegata agli insegnamenti dei testi sacri Veda che originano dagli Arii, il popolo che nel 2200 a.C. arrivò in India nord occidentale), puranica (dagli antichissimi testi sacri Purana), tantrica (dai testi sacri risalenti 6° sec. d.C., ma di ispirazione anteriore e ricchi di simboli esoterici), vaisnava (dal Dio Vishnu), gianista, buddista e persino quella delle tribù aborigene, senza alcuna distinzione di casta. L’uguaglianza è mantenuta anche riguardo alla consumazione dei cibi a base di riso bollito che giornalmente vengono offerti. Pensate che ogni giorno avviene la preparazione del prasadam, il sacro cibo servito nel tempio prima agli dei e poi ai fedeli; e qui cade il primo mistero del tempio; infatti, seppur ad essere preparata è sempre la stessa quantità, sia che i fedeli siano 2000 o 20000, mai ne avanza e mai risulta insufficiente. La cottura del prasadam avviene impilando ben 7 contenitori uno sull’altro, che cuociono sulla legna e quello più alto è il primo a compiere la sua cottura e poi, in ordine, quello immediatamente sotto, fino all’ultimo. E questo è uno degli altri fatti inspiegabili del tempio.

Pare che il tempio sia stato costruito nel 12° secolo durante il regno del re Anantavarman Chodaganga Deva (1077-1150), sovrano della dinastia orientale di Ganga che governava la parte meridionale di Kalinga, storica zona dell’India nella regione costiera orientale che oggi comprende parte dello Stato di Odisha (Orissa) e una parte dello Stato di Andhra Pradesh. Il tempio, circondato da ben 30 templi, è la più grande attrazione di Puri; alto ben 65 metri (uno dei più alti in India) è delimitato da due muri, uno esterno, il Meghanada Pracira e uno interno, il Kurma Pracira. L’attuale struttura, risultato di una serie di manipolazioni nel tempo per mano dei vari governanti dello Stato che ne ha alterato il disegno originale, è uno splendido esempio di architettura Kalinga, l’antico nome di Orissa (Odisha).

Da più di un millennio, ogni giorno, al tempio di Jannagarh, un prete sale fino in cima alla cupola del tempio, alto come un palazzo di 45 piani, per cambiare la bandiera che tira sempre in direzione opposta a quella del vento (!). Se questo rituale dovesse saltare, il tempio dovrebbe essere chiuso per i successivi 18 anni.

Sul gopuram (la torre del tempio tipica del Sud India), a venti metri di altezza, è installato l’imponente Chakra di Sudarshan, costruito con tecniche ancora sconosciute, così in alto e così grande che è visibile da ogni angolo di Puri; da qualunque punti vi si arrivi, il simbolo guarda sempre dritto verso lo spettatore. Sopra il tempio non volano e non si posano uccelli ed anche ai velivoli è vietato farlo. Stesso mistero di realizzazione incombe sulla cupola principale che in nessun momento della giornata, comunque giri il sole, non fa alcuna ombra. Tutti fatti tuttora inspiegati.

Solo gli indù possono entrare nel tempio che tuttavia è visibile dalla cima dell’ Emar Matha, l’edificio situato vicino alla porta orientale del tempio. Chiunque visiti il tempio racconta che quando si oltrepassa la porta principale (Simhadwaram), si sente il suono dell’oceano che lambisce quella terra ma, quando si torna indietro nella stessa direzione da cui si è arrivati, quel suono non si sente più. Inoltre, la brezza del mare, che per natura di giorno dovrebbe arrivare verso terra e la sera andare verso il mare, a Puri fa il giro opposto.

La molteplicità dei rituali del tempio (c.d. “niti”) richiede la disponibilità di più di mille persone impegnate nel tempio, a partire dalla rimozione del sigillo per la apertura della porta alle cinque di mattina (Dwarpitha) in seguito alla quale si svolgono, nell’arco della mattinata, vari rituali che comprendono diversi cambi degli abiti e delle decorazioni delle divinità, anche con oro e pietre preziose, il loro bagno, compresa la pulizia dei denti, la lettura dell’Astrologo del tempio, il sacrificio del fuoco, la preghiera al sole fino al momento della colazione delle divinità, quando vengono fatte offerte di dolci e frutta. Nel pomeriggio le divinità si riposano e la sera comincia con la Sakala Dhupatà, la messa a letto delle divinità. La porta è sigillata poi dal Sevayat (Talichha Mohapatra) ed il tempio viene chiuso per la notte. Oltre a Jagannatha, altre divinità sono adorate nel tempio come Balabhadra e Subhadra e tutte insieme formano la trinità fondamentale. Con il divino Sarsarsano, anch’egli ivi adorato, costituiscono il Caturdha Murti, le quattro immagini divine. La maggior parte delle divinità sono fatte di pietra o metallo mentre Jagannath è in legno. Ogni dodici anni, con un particolare rituale (Navakalevara) le figure in legno vengono sostituite con nuove ricavate da alberi sacri che vengono scolpiti per realizzare una copia esatta della precedente. Le statue dismesse vengono sepolte l’una sull’altra e si crede che si disintegrino da sole.

Ogni anno, presso il tempio di Jannagath, si celebra il Rath Yatra, il più antico in India e nel mondo, letteralmente “viaggio su carri” (yatra vuol dire viaggio mentre i carri in lingua Odia sono chiamati ratha o rotho o deula). Le tre principali divinità, tra suoni musicali, in una atmosfera davvero festosa, vengono trasportate al fiume su carri decorati simili alle strutture del tempio per raggiungere, tirati con corde dai fedeli, il tempio di Gundicha che dista 2 chilometri. Ogni anno vengono costruiti carri nuovi con legno ricavato da un particolare albero. Fino al giorno prima della festa è vietato il darshan, il contatto visivo con la divinità di Jannagath per due settimane.

Un rituale che dura da secoli.

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Bikaner, alle porte del deserto del Thar (Rajasthan).

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La Jama Masjid a Delhi.

Vagando nella zona di Chandni Chowk, uno dei bazaar della vecchia Delhi, ebbra di profumi speziati e di quotidianità, la Jama Masijd mi appare all’improvviso, imponente in tutta la sua santità islamica. A volerla, tra il 1644 e il 1656 fu Shah Jahan (1628-1658), l’imperatore moghul che anche dobbiamo ringraziare per il magnifico Taj Mahal di Agra. Durante il suo regno, infatti, la capitale di quell’impero che già dominava l’India settentrionale da più di cento anni, fu trasferita da Agra a Delhi, nuovo centro del potere musulmano, che lo rimase dal 1649 al 1857. Qui Shah Jahan, a nord dell’antico insediamento, costruì, tra il 1638 e il 1649, una nuova città murata chiamata Shahjahanabad (la città di Shah Jahan), che divenne una delle 12 province dell’impero e che oggi è conosciuta come “Old Delhi”. Delhi, con tutti gli onori di nuova capitale, fu abbellita da palazzi reali e nobiliari, giardini, piazze ed altri edifici all’insegna del buon gusto moghul del sovrano, come la bella moschea e il Forte Rosso che, come il Taj Mahal di Agra, si stende sul fiume Yamuna e che da qui ben si ammira.

La splendida moschea accoglie il devoto con l’abbraccio della sua lunga scalinata in arenaria rossa che conduce ad uno dei tre grandi portali d’accesso. Prima di percorrerla e di lasciare fuori le mie scarpe impure, osservo con stupore le tre cupole a bulbo, le quattro torri agli angoli alte 40 metri e i due minareti in arenaria rossa e marmo sormontate da chaatris (baldacchini).

Entrando, dalla porta nord, nel grande cortile lastricato di 408 metri quadrati, abbagliata non solo dal sole che picchia, comprendo perché questa è la moschea più grande di tutta l’Asia, che ha richiesto il lavoro di 5000 persone ed un milione di rupie.

In questo piazzale, che ospita al centro una vasca per le purificazioni con l’acqua, si accende, ogni venerdì, il fervore religioso di ben 25000 devoti per la “Jumu’a”, la “preghiera del venerdì” (da cui il nome “jama” – moschea del venerdi), quella preghiera comunitaria che i musulmani fanno dopo mezzogiorno quando il richiamo cantalenante del muezzin sul minareto li invita ad ascoltare la liturgia ed il sermone dell’imam, la loro guida spirituale.

L’imam della Jama Masjid, a cui viene dato il titolo onorifico di Shahi Imam, è da sempre considerato figura islamica di enorme rilievo. Egli, come tutti i suoi predecessori, discende infatti dal primo imam che fu designato dall’imperatore Shah Jahan in virtù della sua divina autorità.

In una “Old Delhi” che pare ferma nel tempo, la Jama Masjid, oggi come allora, è ancora lì nella sua maestà religiosa, traccia intatta dei uno dei più grandi imperatori dell’immenso regno, quello moghul che iniziò nel 1526 il dominio dell’ India sostenendolo fino al 1857 quando dovette, suo malgrado, lasciarlo agli inglesi.

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Mumbai racconta la sua lunga storia.

Mumbai, l’ex Bombay, che si stende su una lingua di terra che dalla costa acquitrinosa giunge fino al Mare Arabico è patria di circa 16 milioni di persone, ed è la più grande metropoli dell’India oltre che la più densamente popolata al mondo. La moderna Mumbai, caotica, multiculturale e cosmopolita, ha una lunga stroria da raccontare. La città nacque sopra sette isolette paludose, Colaba, Mazagaon, Mahim, Parel, Bombay Island, Worli e Old Woman Island, abitate dai nativi pescatori koli, e che erano sotto il dominio di Ashoka (268-232 a.C.), l’imperatore che si convertì al buddismo e  che governava quasi tutto il subcontinente indiano. Dopo la sua scomparsa, queste terre passarono sotto l’egida di vari governanti della dinastia Silahara finché, nel 1343 d.C., vennero annesse al Regno di Bahadur Shah, sultano del Gujarat che le dominò fino a quando, nel 1535, concesse Mumbai – insieme ad altre terre – ai portoghesi in cambio del loro aiuto per riconquistare il Paese occupato dai Moghul. I portoghesi chiamarono questa terra Bom Bahia, “buona baia”. Il suo nome originario era, invero, Mumbai, in onore della dea locale Mumba Devi.

I primi inglesi a visitare Mumbai, nel 1626, furono predoni che la incendiarono e distrussero navi minando ciò che nel frattempo Bombay era diventata, ovvero un punto cruciale per i commerci di sete preziose, cotone e tabacco.

Nel 1661, re Carlo II d’Inghilterra sposò Caterina di Braganza, l’infanta del re del Portogallo la cui famiglia offrì in dote l’sola più grande del territorio portoghese; quattro anni dopo Carlo ricevette anche le altre isole ed il porto. Ma Carlo non intendeva governare queste isole e, nel 1668, le affittò alla East India Company per soli 10 chili di oro all’anno. Il nome della città che i portoghesi le avevano dato,“Bon Bahia”, divenne Bombay, più consono alla fonetica inglese. Gli inglesi fortificarono la città e si insidiarono nella zona che ancora oggi è chiamata ”fort”. Nel giro di pochi anni la città si trasformò, superando anche malaria, colera e monsoni. Fu Gerald Aungier, quarto governatore di Bombay dal 1669 al 1677, a ripianificare massicciamente la città, dotandola di un porto, di una nuova banchina, di magazzini, di una dogana, di nuove strade che collegavano le isole, di un forte e di un castello, di una chiesa, di un ospedale e di una zecca. Egli disse: “Bombay  è la città che, con l’assistenza di Dio, è destinata ad essere costruita”. Aungier fece in modo che a Bombay arrivassero, per stabilirvisi, commercianti, artigiani e altri professionisti, come anche i prestatori di denaro. I coloni erano musulmani, indu, ed anche parsi, molto bravi negli affari, ed arrivarono anche dalla Gran Bretagna; così, in circa sette anni, la popolazione della città passò da 10.000 a 60.000 abitanti nel 1675. Chiunque infatti poteva acquistare un terreno e costruirvi le propria casa. Questa regione diventò così la prima vera colonia inglese, nel senso proprio del termine, dove persone si stanziavano allontanandosi dalla madrepatria; in altri luoghi dell’India infatti gli inglesi si erano avocati solo diritti commerciali come, ad esempio, insediare le loro imprese. La politica di Aungier fu di tolleranza religiosa, aperta alle autonomie locali e portò anche alla istituzione di tribunali e di una milizia locale che in seguito divenne la Polizia di Bombay.

Nel 1687, la compagnia delle Indie orientali, che operava a Surat, trasferì la sua sede a Bombay perché il suo porto, più profondo, poteva accogliere le grandi navi.

Nel 1688 gli inglesi catturarono, durante un confltto, 14 navi moghul e, nel febbraio 1689, i moghul invasero Bombay mettendo il castello sotto assedio finché, a fine anno, gli inglesi ottennero un patto di pace. Bombay, distrutta, entro la fine del 1700 risorse, ancora una volta. Venne costruita una nuova flotta, la Bombay Marine. I commercianti e gli artigiani cominciarono di nuovo ad arrivare e a mettere in pratica il loro talento: gli orafi realizzavano favolosi gioielli, i tessitori filavano stoffe preziose, i commercianti trattavano prodotti che arrivavano da tutta l’India. Nel 1730, i costruttori navali si spostarono a Bombay e venne  creata una nuova industria del cotone tanto che, nel 1854, fu aperto il primo mulino di cotone indiano. Agli inizi del 1800, a Bombay si fece molto lavoro di ingegneria e nel 1845 le sette piccole isole su cui si era formata la città divennero una grande isola. Nel 1853, fu aperta la linea ferroviaria indiana che in 21 miglia si estendeva da Bombay a Thana; nel 1860 furono avviati i lavori per la realizzazione della Great Indian Peninsular Railway che creò nuovo lavoro e incoraggiò altre persone a stabilirsi a Bombay. Nel 1864, Bombay contava 816.562 abitanti.

Dal gateway di Bombay passava il cotone grezzo del Gujarat che veniva spedito a Lancashire in Inghilterra per essere filato, tessuto e reinviato a Bombay dove sarebbe stato venduto sul mercato indiano. Lo scoppio della guerra civile americana nel 1861, che mise in crisi il mercato del cotone americano, e l’apertura del Canale di Suez nel 1869 fecero si che l’Occidente si voltasse verso Bombay, realizzando così la sua fortuna.

Nel 1858, dopo la Prima Guerra d’Indipendenza del 1857, la East India Company, accusata di cattiva gestione, fu chiamata a restituire le isole alla Corona britannica. Dal 1862 al 1867 Bombay ebbe come governatore Sir Baartle che, costruendo, tra l’altro, i caratteristici edifici gotico–coloniali, come il Victoria Terminus contribuì a realizzare quella che è l’odierna Mumbai.

Nel 19° secolo, oltre al Victoria Terminus, vennero costruiti alcuni degli edifici che ancora oggi possiamo ammirare: il General Post Office, Municipal Corporation, il Prince of Wales Museum, Torre di Rajabai e Bombay University, Elphinstone college e il Cawasji Jehangir Hall, il mercato Crawford, il Segretariato Vecchio (Old Customs House) e il Dipartimento lavori pubblici (PWD). Il Gateway of India (porta dell’India), che si affaccia sul mare Arabico, è il simbolo di Mumbai, e fu costruito in questo punto, all’Apollo Bunder (molo),  per commemorare la visita a Bombay del re Giorgio V e della regina Maria nel 1911. Da qui passarono anche i Viceré e i nuovi governatori inglesi di Bombay.

 A Mumbai fu lanciato, nel 1842, il movimento di liberazione “Quit India”, capeggiato dal Mahatma Gandhi e dagli altri leader del Congresso nazionale indiano. I leader indiani furono arrestati dagli inglesi ma il movimento percorse la sua ineluttabile storia che condusse, dopo molteplici vicissitudini politiche e sociali, all’Indipendenza dell’India, il 15 agosto 1947, quando gli inglesi lasciarono l’India, passando, gli ultimi, proprio attraverso il Gateway of India, esattamento dove erano arrivati 282 anni prima. 

Nel 1995 la città ha cambiato nuovamente il suo nome recuperando quello che anticamente le avevano dato i pescatori d’altura in onore della loro amata dea Mumba.

(Testo PassoinIndia)

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Il giardino dei cinque sensi (Delhi).

Se ti trovi a Delhi e hai un po’ di tempo libero da spendere al di fuori delle visite ai bei monumenti della città, allora recati al Giardino dei cinque sensi. Si tratta di uno spledido parco realizzato nella parte nuova della città,  per rispondere alla necessità di creare uno spazio verde all’interno del tessuto urbano della grande metropoli. Il giardino, costruito in tre anni, è il risultato di un progetto dell’architetto indiano Pradeep Sachdeva, finanziato dal Tourism Delhi e dal Trasport Development Corporation, ad un costo di Rs 10,5 crore (1.400.000,00 euro circa). Il sito, di venti acri, che si trova nel villaggio Said-Ul-Azaib, vicino alla zona del patrimonio Mehrauli a Nuova Delhi (per capirci, dove si trova il famoso Qutub Minar), è stato inaugurato nel 2003.

Si è deciso di farlo qui, in un luogo che già la sola natura ha reso, con maestose rocce, così particolare. Il giardino, progettato per stimolare risposte sensoriali, è una fusione di colori, profumi, suoni. La maggior parte delle opere d’arte sono dinamiche, il che lo rende interattivo per i visitatori. All’ingresso, vi accolgono uccelli in acciaio montati su pilastri rivestiti di ardesia. All’interno, un percorso punteggiato da bellissimi fiori e oltre duecento varietà di piante, circa 25 sculture, statue, passerelle, campi di bambù, orti, campanelli eolici e parchi di energia solare.

Il giardino è suddiviso in varie aree distinte. Su un lato della passerella a spirale c’è il Khas Bagh, un giardino modellato sulle linee di quelli Moghul con cascate d’acqua, stagni e canali esattamente come quelli del Paradiso descritti nel Corano. L’asse centrale porta ad una serie di fontane, alcune illuminate con sistemi a fibre ottiche. Appartato, lontano dal cuore del giardino, sull’altro lato della passerella, c’è la zona del ristoro e dello shopping.  Potete percorrere il Trail of Fragrance, il sentiero che vi conduce lungo un costone roccioso dove una scultura in acciaio ruota e balla in gioioso abbandono, e passeggiare lungo i sentieri tortuosi per Neel Bagh, una piscina di ninfee circondate da pergolati ricoperti di piante rampicanti di diversi colori. Poi, per riposarvi, recatevi all’anfiteatro in blocchi di arenaria, prima di visitare il laboratorio artistico e lo spazio espositivo per l’arte. Il giardino è anche il rifugio di coppie indiane che, appartate, si scambiano le effusioni non concesse dalla tradizionale comunità indiana.

Può dunque valere la pena, in qualunque giorno dell’anno, visitare il Five Senses Garden, che è una tra le più grandi collezioni di arte pubblica nel Paese.

(testo PASSOININDIA)

Kumarakom, nel Paese di Dio (Kerala)

Viaggio in India del Sud, Kerala.

Se il National Geographic ha indicato Kumarakom uno dei luoghi che bisogna vedere nella vita, potete capirne il motivo facendo un bel viaggio in Kerala, nell’India del Sud, uno Stato visitato da più di sette milioni di persone l’anno. Kumarakom è un vero paradiso e si trova nella regione Kuttanad, quella che è chiamata “la ciotola di riso del Kerala”.

kumarakom

Della particolare bellezza di Kumarakom, che si stende tra le rive orientali del lago Vembanad e una rete di canali lagunari, dobbiamo ringraziare la natura e Alfred George Baker. Quest’ uomo, che nacque e visse a Kumarakom, era figlio di un missionario inglese che vi arrivò nei primi anno dell’800. Baker ebbe il merito di trasformare in aree coltivabili a riso e cocco quella umida terra costituita da depositi di fango che il re di Tavancore gli concesse nel 1847. Impiegando sistemi innovativi per l’epoca, Baker rese possibile l’irrigazione convogliando l’acqua ai campi attraverso la realizzazione di canali, mentre la costruzione di argini, ottenuti proprio con il fango rimosso per la bonifica, avrebbe tenuta lontana l’acqua salata. Inoltre, le foreste di mangrovie sarebbero servite a frenare l’erosione della terra e a proteggere dalla forza del vento i campi coltivati. Cosi Kumarakon diventò quella che è oggi, con le sue piccole isole sul lago e la rete di canali conosciute come backwaters già allora, come adesso, attraversate da canoe e barche in legno atte a muoversi da un luogo all’altro per trasportare merci e persone.

Baker, che amava la natura, lasciò incontaminati 10 acri di terreno che diventarono il rifugio per molte specie di uccelli (oggi circa 180 specie) ovvero il primo santuario per gli uccelli scientificamente formato e conservato in India. Il Kumarakom Bird Sanctuary è un luogo perfetto per gli amanti del birdwatching, particolarmente da giugno ad agosto (gli uccelli migratori arrivano in gran numero da novembre a febbraio).

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La famiglia Baker diede il suo contributo riformatore, oltre che agricolo, anche sociale, istituendo altresì una scuola elementare e divenne un punto di riferimento per la popolazione locale. Nella casa dal tetto in paglia che i Bakker avevano costruito con le loro mani, la vita, pur affiancata da domestici e servitori, non era facile; la famiglia Bakker usava lampade ad olio, teneva lontani coccodrilli e serpenti dal pollame e utilizzava acqua dolce che arrivava su barche tradizionali da Olasha, a poche miglia di distanza. Eppure in quella casa vissero quattro generazioni di Bakker finché, nel 1982, fu venduta al Kerala Tourism Development Corporation (KTDC) e poi affidata al gruppo Taj.

Il modo migliore per gustare Kumarakom è una crociera, sul lago Vembanad o lungo il fiume Kavanar, da farsi in houseboats, le tipiche imbarcazioni in legno chiamate in malayalam Kettuwallam, utilizzate in passato per il trasporto di riso, spezie ed altro, fino a che la costruzione di alternative vie di comunicazione rischiò di accantonarne per sempre l’utilizzo; le Kettuwallam diventarono invece una risorsa importante per il turismo.

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Queste imbarcazioni, in materiali naturali come il legno di palma, la fibra del cocco e la canna di bambù, sono state costruite senza utilizzo di chiodi, semplicemente legando insieme assi di legno rivestite da una resina ottenuta da gusci di anacardi. Da qui il loro nome, ‘Kettu‘, legare e ‘vallom‘, barca ovvero barche tenute insieme con la corda. Con il loro il loro tetto fatto di canne di bambù e foglie di palma, le Kettuwallam oggi sono vere e proprie case dotate di tutto ciò che serve per il comfort, ventilatori, acqua calda e fredda, bagni, zanzariere, ed anche per il loro decoro, come i tappeti tipici del Kerala e le lampade che creano un’atmosfera davvero suggestiva. Ci sono Kettuwallam di tutti i tipi e dotazioni: a due piani, con canne da pesca, CD, impianto per conferenze, aria condizionata. Come ogni imbarcazione di rispetto queste vere dimore galleggianti, con camere da letto, (singole, doppie o triple), bagno, cucina, soggiorno, tutte arredate con mobili in giunco e bambù, hanno al loro servizio equipaggio addestrato, normalmente un capitano, due rematori, una guida e un cuoco che prepara ottimi piatti locali, tra cui gamberetti al curry o in frittura e pesce marinato con masala e spezie. L’utilizzo della nave, che pur si muove a benzina o cherosene, è eco-compatibile, compreso il sistema di smaltimento dei rifiuti e delle acque reflue.

E così, a bordo delle kettuwallam, che navigano lente attraverso le backwaters, si gode di una atmosfera rilassante, con il blu del cielo e dell’ acqua, il verde delle palme da cocco e delle mangrovie che offorno rifugio alle lontre, la quotidianità dei villaggi dediti a pesca, agricoltura ed allevamento e il volo degli uccelli del Santuario, aironi, martin pescatori, cormorani e tanti altri.

Se volete rendere il vostro soggiorno in Kerala ancora più speciale, potete assistere alle due più importanti regate, particolarmente sentite dalla gente del luogo, che avvengono nelle lagune: la Sree Narayana Jayanthi Boat Race (Kumarakom Boat Race) e la Course Kavanattinkara Boat Race.

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La Sree Narayana Jayanthi Boat Race, che si svolge ad agosto o settembre, è tenuta, tra processioni di barche, spettacoli di danza e musica e regate competitive, in ricordo del Guru Sree Narayana, il grande riformatore sociale del Kerala che, giungendo in barca da Alappuzha con un corteo di barche al seguito, visitò il villaggio nel 1903 e vi costruì il tempio di Subrahmanya (Sree Kumara Mangalam Temple). Anche la Kavanattinkara Boat Race, che si tiene durante la stagione Onam, (agosto-settembre) è un evento molto sentito ed è arricchita da spettacoli musicali, di danza e da una partecipazione accorata e animata degli abitanti del luogo.

Molte altre sono le regate competitive, alcune dai premi prestigiosi come il Nehru Throphy Boat Race.

Non mancate. Vi aspettiamo in questo paradiso.

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(testo by Passoinindia)

Il tempio Natraj a Chidambaram.

Siamo in India del Sud, Tamil Nadu, vicino a Tanjore, esattamente a Chidambaram dove si erge il bellissimo tempio di Natraj, costruito durante il periodo Chola  (848-1280 d.C.), la dinastia che conferì, a quello che oggi è il Tamil Nadu, un prospero periodo in cui furono costruiti templi magnifici. Questo complesso, che copre ben 40 acri, ha quattro gopuram, le alte torri tipiche del’India meridionale che caratterizzano lo stile dravidico; i suoi santuari principali sono datati ancora più indietro nel tempo, almeno al VI° secolo. Il Natraj Temple è particolarmente speciale per ciò che simboleggia per gli induiso essendo il centro della devozione a Shiva (bhakti shivita) dell’ India del Sud.

Questo è anche uno dei cinque grandi templi indiani dedicati agli elementi primordiali di cui Shiva è Signore, etere, aria, fuoco, acqua e terra e qui, al Natraj Temple, il dio è l’esempio del primo.

Natraj, da cui il tempio prende il nome, non è altro che un avatar di Shiva, rappresentato come il ballerino cosmico che nella sua danza frenetica gira vorticosamente per l’universo, riassorbendo in se stesso tutto ciò che è stato creato. Un antico mito racconta infatti che egli, ballando, trasformò in energia creativa i canti magici dei saggi cantori che volevano ucciderlo. Neppure il nano Apasmāra, demone malefico e personificazione dell’ ignoranza riuscì nel tentativo poiché Shiva lo schiacciò con il piede destro spezzandogli la colonna vertebrale;  Shiva rimosse così l’ignoranza dal mondo ed offrì la salvezza dai legami dell’esistenza, simboleggiata dalla gamba sinistra sollevata in aria.

Nel tempio, Shiva è affettuosamente chiamato Adavallan, colui che ama ballare. La storia di Shiva e sua moglie Parvati è un mito indu ricco di simbologia. Parvati è la dea indù della fertilità, dell’ amore e della devozione nonché di forza e potere divino. Si racconta che le due divinità trascorsero gran parte del loro tempo in Himalaya, giocando a prendersi in giro l’un l’altra. E così pensarono di fare una gara di ballo per vedere chi sarebbe stato il più bravo tra loro. Le creature celesti si misero ad osservare e mentre i musicisti celesti suonavano Shiva e Parvati cominciarono a ballare. E più la danza andava avanti e più Shiva e Parvati dimostravano uguali capacità. Ma ad un certo punto il ballo si fermò quando Shiva, l’esperto in molte pratiche Yogi e tantriche, si mise in piedi su una gamba  sola tenendo l’altra sollevata sopra la sua spalla. Questa difficile posizione (Urdhva-Tandava) non poteva che essere per ballerini competenti e così Shiva attese che Parvati lo imitasse mentre il pubblico celeste assisteva in silenzio a quest’ ultima sfida. Parvati pudicamente chinò il capo, non riuscendo ad imitare quella postura. Questo tempio, secondo il mito, sarebbe  stato il palcoscenico di questa danza cosmica.

All’interno, un’immagine di Natraj ed un santuario dedicato a Parvati qui chiamata Shivakamasundari. Le gopurams e le pareti del tempio sono decorati con miriadi di figure danzanti e di musicisti che celebrano il grande evento della creazione.

testo by Passoinindia

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(pittura: dal sito http://www.handmadeexpo.com)