Tempio indu: devoti e devozione

Quando si visita un tempio indu è impossibile non rimanere affascinati da tutto quanto “gira” attorno alla sua figura, compreso l’interno che ospita la divinità principale. Come in altre religioni, la pulizia fisica è parte integrante del culto religioso e per questo i devoti entrano nel tempio dopo un bagno rituale al serbatoio della struttura o presso un fiume. Portano offerte e eseguono la pradakshina, una circoambulazione in senso orario (la parola infatti significa a destra) dell’edificio principale. Questo rito, conosciuto similarmente anche nel Buddismo, conduce simbolicamente i devoti attorno ad una miniatura del cosmo e viene praticato anche in luoghi dove non esiste un tempio se lì, secondo credenza, è presente la divinità, ad esempio su una collina, attorno a Agni, il fuoco sacro (come anche si fa durante una cerimonia nuziale indu), alla pianta sacra Tulsi e all’albero sacro Pipal. Gli induisti si muovono lentamente attorno al santuario, mostrando rispetto verso gli idoli installati lungo il percorso e alle figure nelle nicchie del tempio, tutte manifestazioni dell’immagine del dio che si trova all’interno. Le figure sul muro del tempio ricordano ai fedeli di essere state create per aiutarli nella preghiera, per offrire l’ immagine di un superiore, onnipotente, informe e non manifesto potere.

Come i bambini in una casa, gli dei del tempio vengono svegliati ogni mattina, vestiti, alimentati con le offerte dai sacerdoti bramini. Ci sono sacerdoti ereditari designati secoli fa a mantenere il tempio, ai quali re e signori assegnarono terre e regali per la loro sussistenza. A seconda delle stagioni gli dei sono vestiti in abiti di differenti colori che simboleggiano la celebrazione festiva. In alcuni templi ricchi come a Tirupati (Andra Pradesh) i gioielli che adornano le principali divinità costano milioni di rupie, mentre nei poveri templi dei villaggi la divinità è adornata con semplici fili di perline. Una volta che la divinità è vestita vengono aperte le porte del tempio ed i devoti arrivano ad offrire frutta e fiori. Anche l’accensione delle luci nel tempio ha un grande significato simbolico perché rappresenta l’eliminazione dell’ignoranza e dell’oscurità e quindi del potere del maligno. La saggezza è evocata con l’accensione e lo sventolio delle lampade, spesso bellissime, e delle fiammelle delle candele affinché i fedeli ricevano il darshanIl gioco delle luci sulla divinità nella scura stanza della grabha griha esalta il concetto della divinità all’interno dell’individuo. Agli dei vengono fatte offerte simboliche dei cinque elementi della natura (simboleggianti anche i cinque sensi): l’acqua, da cui deriva la vita, i fiori, simbolo di crescita e prosperità, la frutta, l’emblema del compimento e ricompensa per il lavoro, l’incenso, che, con dolci fragranze, riempie l’aria che dà la vita, e lo scampanellio delle campane che sveglia gli dei e risuona in quello spazio comune in cui tutti coesistiamo. Ogni divinità ha le sue offerte preferite. Alcune divinità femminili amano l’odore del sangue e così in alcuni templi del Nepal e dell’ India vengono compiuti sacrifici. Ma, per fortuna, nella maggioranza dei casi il sangue di vittime sacrificali (animali) è stato sostituito da polvere rossa che viene spalmata sulla fronte delle divinità a significare il suo potere a riprodurre e sostenere la vita. Shiva ama le offerte di latte ed essere bagnato con l’acqua.

Nel tempio si medita, si recitano le scritture e i mantra, si cantano gli inni sacri ma soprattutto, anche più volte al giorno, nella scura garbha griha si fa la puja, un rituale di adorazione della divinità che viene lavata mentre le si offrono doni. Alla fine della celebrazione, ha luogo l’arati e il fuoco dei lumini illumina l’immagine della divinità. Il momento conclusivo, alto e personale, è il darshana, quando il fedele raggiunge la “visione” di Dio. Dopo la preghiera i bramini distribuiscono il prasad che simboleggia le benedizioni degli dei in forma di polvere rossa (se divinità femminili) o cenere (nel caso di Shiva) insieme ad altre cose come dolci o frutta che quindi ritornano ai devoti come simbolo di abbondante grazia della divinità. Quando i devoti ricevono le benedizioni essi possono fare offerte di gioielli o abiti per le divinità o offrire i loro servizi come cantare o suonare strumenti musicali durante le festività. Ma il tempio è soprattutto il principale luogo di aggregazione e scambio culturale per le comunità indu. Le donazioni contribuiscono a creare nuovi padiglioni o mandaps, ovvero delle strutture, parti integranti del tempio, realizzati solitamente su colonne, aperti o chiusi da pareti; essi conducono all’ingresso del tempio, anche se nei templi più grandi possono essere posti ai lati o staccati all’interno del complesso templare. Gli antichi templi dell’Orissa e del sud India hanno un nat o un mandap per le danze, un bhoga mandap per la distrubuzione di cibo, un kalyana mandap per condurre la cerimonia di matrimonio degli dei e altri festival per i quali il tempio è famoso. Dentro il perimetro templare possono trovarsi altri piccoli templi dedicati a divinità correlate a quella principale (ad esempio in un tempo shivaista, le principali divinità correlate sono Parvati, sua moglie, Ganesh e Kartikkeya, i suoi figli.) 

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A volte, posto su una colonna di fronte al santuario, come nei templi della valle di Kathmandu, si trova la figura del vahana, altre volte ospitato in un tempio separato, come è stata pratica comune in zone del sud India. Il vahana (letteralmente “ciò che trasporta, ciò che tira”) è l’animale che viene associato ad una divinità come suo veicolo che essa cavalca oppure lo affianca oppure ne possiede un simbolo.

Nel sud India dal XIII° secolo il tempio diventò il cuore della città, dove anche si commerciavano i prodotti portati dai villaggi vicini; ovviamente, tutto intorno vennero installate le sistemazioni per i brahmini, i sacerdoti. Nelle città tempio come Kanchipuram e Thanjavur in Tamil Nadu, ogni cosa è disponibile lungo i confini del tempio: abiti, utensili, fiori, cibo, sete, ceramiche, articoli artigianali e tanto altro. I templi relativamente più piccoli sono comunque un fulcro attorno al quale gira la vita quotidiana, quella stessa che l’induismo ha fatto innanzitutto una filosofia di vita.

by PassoinIndia

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Il tempio indu (la struttura)

Sia il tempio indu che quello buddista derivano la maggior parte della loro forma e decorazione dalla rispettiva mitologia e filosofia. Ma, a differenza dello stupa buddista, il tempio indu non è un monumento funerario e commemorativo ma è concepito come devalaya, la dimora di dio, un luogo che gli dei amano visitare e deve quindi essere perfetto per questo scopo in ogni suo dettaglio. Nonostante la sua vastità, il subcontinente indiano è accomunato da un filo conduttore mitologico che lega luoghi distanti. I luoghi in cui, secondo il mito, gli dei profusero le loro gesta, divennero sacri centri di pellegrinaggio, perché benedetti dalla visita divina. Le origini del tempio sono da rinvenirsi anticamente in un modesto riparo sotto un albero o sulle rive di un fiume riconosciuti come sacri, visto che, nella configurazione di un tempio, l’acqua è importantissima perché simbolizza il punto di passaggio verso l’altra riva della saggezza. Questi punti sacri diventarono edifici a tutti gli effetti quando raggiunsero importanza tra i devoti e le risorse finanziarie ne supportarono la realizzazione. Quando i sovrani ed i cortigiani finanziarono e commissionarono un tempio o una scultura, fu sempre per una ragione particolare: ricordare una vittoria politica, la conquista di un territorio, una persona amata, una glorificazione perpetua della loro dinastia. Il tempio, come dimora degli dei, fu costruito come un riflesso in miniatura del cosmo, con la struttura allineata in direzione dei punti cardinali: verso est, simbolo della perseveranza, dove sorge il sole; verso ovest, dove tramonta il sole, zona di Varun, il dio dell’oceano eterno; verso nord, la regione della permanenza; verso sud, quella di cambiamento e decadenza, il regno di Yama, il Signore della morte. A seconda della divinità e la stagione in cui il tempio veniva costruito, esso si rivolgeva ad una particolare direzione cardinale ma la maggior parte erano rivolti verso est. Anche la configurazione delle stelle e dei pianeti fu determinante nella pianificazione strutturale del tempio affinché gli dei vi potessero riconoscere la ricostruzione dell’universo ed elargire la loro benedizione ai devoti. Tali regole furono rispettate sia che il tempio fosse costruito in India o in Nepal, nel deserto o sulle colline.

Un tempio consisteva in un singolo quadrato, il garbha griha o camera del grembo o dimora dell’embrione, il suo sancta sanctorum, dove avviene il contatto tra la dimensione terrena e quella divina; si trattava di una stanza disadorna, intenzionalmente buia per favorire la concentrazione della mente del devoto sull’immagine del divino all’interno di essa, la statua del dio principale da cui il tempio prendeva il nome. Ad esempio, il tempio più famoso a Varanasi è chiamato Vishvanatha, il Dio dell’intero Universo. Solo i sacerdoti potevano e possono accedere al garbha griha.. Anche se il termine è associato ai templi indù, spesso ne erano dotati anche i templi giainisti e buddisti. La sacra garbha griha con le sue facce uguali e dirette verso i punti cardinali di permanenza e cambiamento (con quattro porte aperte, come nei templi della valle di Kathmandu) negli ultimi secoli fu realizzata in modo da formare disegni e proporzioni diverse, assumendo talvolta una pianta a forma di stella, come nei templi di Belur e Halebid in Karnataka o tondeggiante, come in quelli del Kerala o con movimenti ondulatori come in quelli di Kajuraho (Madhya Pradesh). Durante lo stadio elementare di sviluppo il tempio era spesso composto dalla sola camera santa costituita da un singolo monolocale, coperta da un semplice tetto piano, come nei primi esempi del V secolo. La pietra per il tetto, infatti, era difficile da modellare, mentre nelle costruzioni in legno era possibile ottenere anche un tetto a forma di botte. Ci sono ancora molti templi in India dove il sanctum è costruito in legno e mattoni, come nel sud. Molti di quei templi antichi non sono arrivati fino a noi a causa della deperibilità del materiale con cui erano fatti. Quando crebbe il mecenatismo per la costruzione dei templi indu, si cominciò a costruirli in pietra, materiale più duraturo ma più costoso. Il garbha griha cominciò ad essere sormontato da una copertura, un “tetto” non piano chiamato shikhara, che nei secoli assunse proporzioni monumentali che lo rese dominante sul circondario e visibile da molto lontano. Shikhara é un termine sanscrito che significa “picco montuoso” ed è anche interpretato come un asse verticale, “l’axis mundi”, che attraversa i cieli, la terra e il sottoterra. L’elevazione verso l’alto del Shikhara rappresenta l’elevazione spirituale personale (ātman) e lo slancio verso Brahma, l’essere supremo.

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L’architettura dei templi è stata classificata in base alla forma del shikhara e alle sue decorazioni. Quelli del sud India, in stile drāvida, sono solitamente fatti di strutture orizzontali sovrapposte che verso l’alto si riducono in larghezza costituendo una sorta di piramide. Ogni livello è decorato con diverse rappresentazioni. I templi del nord e centro India, in stile nāgara, hanno al contrario dei shikhara somiglianti ad un cono decorato e costituito da altri piccoli shikhara in miniatura.A questi due stili si affianca quello vesara, (dalla copertura cilindrica), una sintesi degli altri due. I templi di Bhubaneshwar in Orissa hanno una forma evoluta che si erige con livelli orizzontali in pietra decorati che si alzano come una colonna sopra il garbha griha e accentuano la loro curvatura mentre si avvicina la cima della torre. Solo dopo la costruzione del garbha gtiha il tempio hindu, si ingrandiva con ambienti che si aggiungevano al disegno originale, soprattutto quando, dal VI°-VII° secolo d.C., il tempio divenne un fulcro sociale, gravitato com’era da sacerdoti, assistenti dei brahmini, giardinieri, addetti alle pulizie, musicisti e danzatrici, il luogo religioso e di ospitalità ai pellegrini di passaggio o ai poveri così come ancora oggi avviene in molti templi. I tetti delle sale sussidiarie del tempio dell’India centrale e dell’ Orissa svilupparono una distinta forma piramidale composta da diversi strati decrescenti, costituendo la forma di una montagna, incrementando il simbolismo dei templi come dimora degli dei in mezzo all’ Himalaya. Nella valle di Kathmandu, per le condizioni climatiche, l’architettura dei templi assunse la forma di una pagoda costituita di vari livelli. I templi in legno del Kerala e di Goa also ebbero grandi coperture spioventi ricoperti da piastrelle.

Sulla cima di ogni shikhara c’era il kalash, l’emblema a forma di contenitore per l’acqua. In tutto il continente il kalash è il vaso simbolico dell’ambrosia, il fine ultimo della preghiera, la promessa della vita eterna libera dal cambiamento e dalla morte. Anche la decorazione scultorea sulla parete esterna della garbha griha e della sala fu una questione di gusto regionale. Sebbene il Vastu-Shastra, il testo quasi sacro sull’architettura del tempio descrisse l’arte e il simbolismo della costruzione, ogni regione ne interpretò le regole secondo le proprie esigenze. Il garbha griha che ospitava l’immagine centrale del tempio era racchiuso su tre lati. La porta d’ingresso al santuario, dai primi esemplari di Gupta, fu scolpita, su entrambi i lati, con immagini delle dee dei fiumi, assicurando la purezza a tutti coloro che passavano attraverso i portali, e con altre figure di buon auspicio lungo il bordo della porta. La zona centrale sull’architrave dall’altra parte della porta era scolpito con una figura della divinità alla quale il tempio era dedicato. Sulle pareti esterne del garbha griha erano installate nicchie con immagini che rappresentavano la manifestazione della divinità. I muri del tempio potevano narrare temi della mitologia o rappresentare figure di altri dei e dee del pantheon indu. A questo vasto schema decorativo potevano essere aggiunte figure di semi-dei o creature mitologiche che proteggevano il tempio dalle forze maligne. La quantità e la proporzione dei motivi di questi templi variava da regione a regione, dagli scarni templi di Hampi a quelli pluridecorati di Belur e Halebid, peraltro tutti facenti parte della stessa regione del Karnatka.

Molti di questi templi o di ciò che ne rimane sono di epoca Gupta, una dinastia che regnò nell’India settentrionale a partire dal 320 d.C. fino al VII secolo d.C., sono frequentati dai devoti che operano puje e seguono riti codificati, compiono la pradakshina ovvero la circuambulazione del santuario entrando nell’area sacra da oriente (simbolo dell’inizio di ogni cammino) e, camminando, ripercorrono simbolicamente il ciclo solare. Molti altri sono di recente costruzione eppur mantengono le stesse regole strutturali di quelli antichi, senza tuttavia, a parer mio, emanare lo stesso fascino. (by PassoinIndia)

da sinistra:  templi in Madhya Pradesh, Kesava temple (Karnataka), Orissa, Tamil Nadu

Srinagar, il paradiso sulla terra

Jahangir, il quarto imperatore Mughal, scrisse del Kashmir come di un giardino di primavera eterna, una fortezza di ferro per un palazzo dei re, un delizioso letto di fiori e un eremo in espansione per il mendicante. In qualche modo Srinagar era la parte più bella dell’impero Moghul. È apprezzata per la sua posizione tra le montagne dell’Himalaya dove crescono bellissimi fiori selvatici, dove i torrenti gorgogliano sempre con acqua cristallina e la brezza leggera è profumata con l’aroma delle erbe di montagna. Akbar portò questa regione nel suo impero nel 1586 e lui, i suoi figli e nipoti spesero tempo e denaro nella costruzione di giardini e luoghi per valorizzare lo splendore naturale della valle.

Srinagar è oggi la capitale estiva dello stato del Jammu e Kashmir e si trova a 1730 metri sopra il livello del mare nel centro della valle del Kashmir. Il nome Srinagar implica una città contrassegnata da bellezza e dignità distintive, abbondanza e ricchezza. La città è situata in mezzo a un anello di montagne, con tre laghi, il Dal, il Sona e il Nagin e un fiume, il Jhelum, che si snoda dolcemente attraverso il suo corso verso le vaste pianure sotto la valle.

Sono la bellezza naturale della valle, i laghi con le case galleggianti e i giardini fioriti, quelli formali dei Moghul  squisitamente disposti, gli antichi edifici e la pittoresca architettura in legno del Kashmir a fare innamorare di Srinagar.
La città è cresciuta intorno ai tre laghi che si trovano nel bacino centrale della valle. A nord e a nord est dei laghi si trovano i giardini Mughal, Nazim, Shalimar e Nishat. A ovest dei laghi si trova la collina di Hariparbat sulla quale Akbar costruì uno splendido forte che domina l’intera città. Sul lato orientale del lago Dal si trova la collina Shankaracharya sulla cui cima vi è  uno dei templi più antichi di Srinagar. Ad est c’è un altro giardino popolare chiamato Chashma-i-Shahi e il Pari Mahal con la sua posizione dominante. A sud-est della città si trova Pandrethan, che ospita un delizioso tempio di Shiva. A sud – ovest dei laghi, in mezzo alla città vecchia, si trovano il magnifico vecchio Jami Majsid e il Pattar Masjid.

Per informazioni o preventivo per un viaggio in India contattaci su info@passoinindia.com o visita il nostro sito http://www.passoinindia.com

DHARAMSALA, UNA VISITA AL DALAI LAMA

Racconto di viaggio in India. Dal sito ufficiale di PassoinIndia http://www.passoinindia.com

Sono arrivato a Dharamsala, Himachal Pradesh, Nord India. Il motivo? Niente poco di meno che incontrare il Dalai Lama. In fin dei conti, molti dei pellegrini che arrivano qui lo fanno con questo scopo (persino Goldie Hawn, Uma Thurman e Richard Gere sono arrivati sin quassù!). In realtà Dharamsala è la città bassa, o meglio, un villaggio inquadrato in quella quotidianità tipica delle zone rurali settentrionali che ha sempre il suo fascino. Per raggiungere la residenza di Sua Santità, occorre salire ancora un poco, lungo una strada carrozzabile che si insinua agevolmente tra una vegetazione pre-himalayana di alberi sempreverdi e conduce a McLeod Ganj, un tempo stazione di villeggiatura, costruita nel 1848, con il nome di un vicegovernatore del Punjab, per i coloni inglesi stanchi del calore delle pianure. Arrivare a McLeod Ganj, è stata un’emozione forte…. (continua qui please https://www.passoinindia.com/…/Dharamsala-una-visita-al-Dal…

 

Le Sette Sorelle: Un viaggio nelle remote terre dell’India dell’est

Il nord est dell’India, chiamato anche la terra delle sette sorelle, è una regione ancora poco battuta dai turisti, e viene infatti definita come un posto vergine, selvaggio e incontaminato dalla modernizzazione che ha coinvolto il resto del mondo. In questa regione, protetta dalle montagne, l’unico punto di accesso dall’India è lo stretto corridoio di Siliguri, appena 30 km di terra, che la separano dal resto del paese. Le caratteristiche principali di questo territorio, sono la sua straordinaria ricchezza e diversità etnica, le sue credenze e le sue tradizioni folcloristiche portate avanti, ancora oggi, come forte simbolo di identità da parte delle moltissime tribù che vivono in queste alture. I difficili collegamenti con il resto del paese hanno preservato questa regione dalle forti contaminazioni industriali e hanno permesso a queste popolazioni di mantenere preservati i propri habitat naturali, vivendo a contatto con una natura ancora selvaggia e permettendo loro di respirare ancora aria pulita. Tutte le popolazioni che abitano in queste terre, vivono a stretto contatto con la natura, rispettandola, seguendone i ritmi e ricavando da quest’ultima la principale fonte di sussistenza. Circa il 60 – 70% della popolazione, principalmente tribale, ha influenze tibeto-birmane, mongole e austro asiatiche, e vengono professate religioni collegate ai culti tribali, con minoranze  induiste, cristiane, islamiche e jainiste. Il clima subtropicale e le pioggie monsoniche hanno aiutato a creare, in questo contesto, uno dei pochi ecosistemi selvaggi ancora non contaminato dall’intervento umano. Le foreste pluviali del nord est sono un tesoro di diversità ecologica che ospita diverse specie di mammiferi (il rinoceronte con un corno, elefanti, tigri, leopardi etc.) rettili, uccelli e un ricchissima flora. Numerosi i parchi nazionali e le riserve e non è raro che capiti di scoprire nuove specie. Le stupende valli del potente fiume Brahmaputra incantano i viaggiatori al primo sguardo, riportandoli indietro nel tempo, permettendogli di dimenticare ogni preoccupazione e introducendoli in una lenta ma straordinaria sintonia con la natura e con il pianeta.  Le rapide del potente fiume salendo controcorrente nelle montagne himalayane, sono il posto migliore per mettere alla prova il vostro temperamento. I verdi giardini di thè dell’Assam formano delle distese dove comodamente si possono sorseggiare tazze del migliore thè del mondo e godere di viste spettacolari. I maestosi fiumi e le potenti rapide, le imponenti montagne dell’Himalaya sui tre lati, le dense foreste che riecheggiano dei versi degli animali che le abitano, le vivaci tribù che convivono con l’ambiente circostante in simbiosi perfetta e il dolce aroma del thè nell’aria rendono  il nord est dell’india un posto ancora tutto da scoprire.

Assam:

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Lo stato dell’Assam è coperto da un’infinita distesa di piantagioni di thè e foreste selvagge. Il potente fiume Brahmaputra lo taglia in due parti, preoccupandosi dei principali bisogni della sua gente, tra cui acqua e cibo e creando paesaggi mozzafiato. La capitale della regione è Dispur, e la città più grande è Guwahati. Questo stato che divide i suoi confini con il Bhutan e con il Bangladesh da cui ultimamente sono arrivate forti ondate migratorie, è famoso nel mondo per il suo thé, le sue risorse di olio e petrolio, la seta miga e una richissima biodiversità. Il periodo dei monsoni benedice questa terra con pioggie molto forti e permette alle verdeggianti distese di crescere rigogliose. Per poter dire di aver esplorato l’Assam bisogna almeno: visitare una piantagione di thè e godere del panorama e del gusto di un buon thè ricavato da foglie appena raccolte, un’esperienza che non può mancare nella patria che di questa bevanda è una delle maggiori produttrici. Inevitabile una visita ad una delle riserve naturali o parchi nazionali di cui l’Assam è ricchissimo, un paradiso per gli amanti della natura, con circa 15 aree protette di natura selvaggia, tra cui due famose al mondo ovvero il Kazaringa National Park, patrimonio Unesco, e il Manas Wildlife Sanctuary. Come già accennato nell’introduzione qui si può trovare il rinoceronte ad un corno e molti altri animali come la tigre, il bufalo selvaggio, il cervo maculato, il langur dorato, il leopardo maculato, la civetta gigante, il gatto dorato, l’elefante asiatico , rettili, uccelli tra cui l’hornbill ovvero il famoso uccello simbolo nazionale, il pellicano migratore, il picchio dell’Himalaya e numerosissime specie di piante inclusa un’ampia varietà di orchidee. Non può certo mancare un giro in barca nel fiume Brahmaputra, uno dei più grandi fiumi dell’India che scorre per km nelle maestose montagne himalayane prima di arrivare in Assam dove, una volta giunto si distende nelle pianure diventando il fiume più largo dell’India, superando spesso gli 11 km di larghezza e creando larghe isole fluviali. Se sarete fortunati riuscirete a vedere i delfini cavalcare le onde di questa straodinaria potenza della natura. Vale proprio la pena fare una visita  all’isola Majuli, la più grande isola fluviale che ospita una vivace cultura tribale, famosa per la lavorazione di terracotta e nella creazione di maschere. Nota per la sua cultura Vaishnavita, è il posto ideale per ritrovare la giusta spiritualità e un pò di calma.  Ovviamente non deve mancare una curiosa esplorazione del patrimonio artistico locale tra cui troverete la danza tipica praticata dalle popolazioni dell’Assam, sia dagli uomini che dalle donne e chiamata “Bihu”, che risulta essere molto classica ed elegante. Infine un must è l’assaggio della birra locale la “ lau pani” o birra di riso prodotta dalla fermentazione della birra e con un sapore molto dolce. I piatti locali sono principalmente pesce e maiale in tipiche rivisitazioni locali.

Meghalaya: la terra sopra le nuvole

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Lo stato di Meghalaya è una delle regioni più piovose al mondo. La pioggia viene portata dal monsone annuale, che con dense nuvole che si alzano dal golfo del Bengala per arrivare in India, culmina riversando tutta la sua potenza, sugli altipiani della regione. Come risultato delle piogge abbondanti, in questo stato si trovano due tipi di paesaggi: da una parte quello delle verdeggianti foreste pluviali e dall’altra quello delle terre brulle, consumate dall’erosione delle piogge incessanti. Questo fenomeno naturale delle piogge abbondanti, è stato determinante nello scolpire il paesaggio locale e nel trasformarlo in un paradiso, ideale per tutte quelle anime viaggiatrici in cerca di una fuga romantica. Tra le cose da fare, bisogna assolutamente visitare le numerosissime cascate di cui la regione è ricca, da quelle che scendono precipitosamente da altezze vorticose a quelle che presentano un aspetto più calmo e meno impetuoso, considerate nella mitologia locale, porte di accesso per regni ultraterreni. E poi c’è sempre il rischio di inciampare su delle cascate segrete, campeggiare una notte sotto le stelle e ubriacarsi  nell’inebriante atmosfera di un regno incantato. Una spedizione alla scoperta delle grotte misteriose nascoste alla luce del sole, deve essere inserita nella lista delle cose da fare, moltissime infatti le grotte dove è possibile ritrovare tracce di un’epoca remota e passaggi segreti dove abitano uniche e straodinarie forme di vita. Un ecosistema questo ancora poco conosciuto che rende questi posti selvaggi e puri nella loro naturalezza. Ogni estate quando le piogge assumono dimensioni abbondanti, i numerosi fiumi e ruscelli dello stato riprendono vita con rapide fragorose e assordanti che impediscono alle popolazioni locali di attraversarli. Ma l’intelligenza umana è sempre pronta a trovare la soluzione per superare gli ostacoli e qui le soluzioni sostenibili sono tra le più affascinanti: in questo caso le tribù hanno realizzato una meravigliosa opera d’arte chiamata “il ponte delle radici viventi. Alle estremità opposte del fiume sono stati piantati due alberi di fico con le cui radici, nel corso degli anni, le tribù hanno intessuto una fitta trama con la quale hanno realizzato un ponte indistruttibile, ovviamente ci sono voluti 50 anni affinchè si potesse trarre il frutto di questo straordinario lavoro. Un esempio di altissima sostenibilità ambientale. Mawlynnong, conosciuto solo da pochi anni è noto per essere il più pulito villaggio dell’Asia, e se vi capita di passeggiare in uno dei suoi viali avrete modo di constatare la vericidità di questa affermazione se non addirittura innamoravi di questo villaggio. Gli abitanti del posto si chiamano khasi e sono persone straordinarie, amanti della natura e estremamente entusiaste con delle storie e delle tradizioni che coinvolgono ogni aspetto della vita quotidiana, abitano in delle graziosissime casette decorate con un’estrema varietà di fiori che colorano e illuminano l’atmosfera del villaggio. I turisti sono invitati a pernottare in una delle case sull’albero e i soldi ricavati dal turismo vengono riutilizzati per mantenere pulito il villaggio e per salvaguardare la foresta circostante. Sempre nelle vicinanze si trova una cascata con una piscina naturale che forma una  laguna dove poter approfittare di un bel bagno. Molte le escursioni da fare nei villaggi in prossimità tra cui il villaggio Skyview da cui poter godere di una spettacolare vista sulle piane del Bangladesh. Se l’intero stato di Meghalaya riceve piogge in abbondanza, la stazione collinare di Cherrapunji insieme a quella di Mawsyram ricevono piogge esasperate ogni anno e sono riconosciute come le zone più piovose e bagnate della terra. Un posto ideale per viaggiatori non convenzionali. Qui si trova la Nohkalikai, la terza cascata più alta del’India.

Manipur:

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Manipur si trova strategicamente nel punto estremo delle province del nord est dell’India , al confine con la Birmania, circondato dalle colline dell’est dell’Himalaya, ed’è uno stato considerato come passaggio per il sud est dell’Asia. Definito come la terra dei gioielli, ancora poco conosciuto, si presenta come una destinazione ottimale per gli amanti delle avventure e della natura, con morbide colline blu, valli rigogliose, laghi, fiumi e foreste, insomma un’esplosione di natura. Nel caratteristico lago di Loktak, in mezzo al labirinto di piccoli canali di navigazione e colorate piante acquatiche, si trovano piccole isole, vere e proprie biomasse galleggianti dove gli abitanti del lago hanno creato piccoli insediamenti umani. Questo è l’unico parco nazionale al mondo, interamente gallegiante. Nel versante opposto troviamo valli ondeggianti coperte da foreste di bamboo. La danza nazionale dello stato è la famosissima danza Manipuri e moltissimi i festivals celebrati durante l’anno.

Mizoram:

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Mizoram è un posto collinare situato nella punta a sud del nord-est dell’India, coperto da foreste verdeggianti che brulicano di piante di bamboo, una natura vibrante, montagne a strapiombo e cascate mozzafiato, lo stato ospita numerose attrazioni riverbero di un vecchio folclore e villaggi pittoreschi di case realizzate su palafitte, in un’atmosfera dove una coperta di nebbia mattutina si solleva tra le colline e le montagne. Questa è la terra di coloro che vivono le montagne o Mizos, un popolo fortemente legato alla natura, spensierato e gioviale. Un posto ideale per ritrovare un pò di serenità lontano dal caos delle città moderne. Questo stato offre una bellezza straordinaria con una varietà di paesaggi che si compongono dalle catene di Aizawl, alle profonde gole della montagna di Hmuifang, dalla valle di Champhai all’elevata vetta del Blu Mountain National Park. Le colline sono armonizzate da stupende cascate e laghi quali il Vantawng Fall , il Tam Dil e il Rih Dil luoghi ideali dove godere viste mozzafiato degli altopiani. Nonostante la forte presenza di missionari abbia influenzato le credenze locali, sono ancora presenti alcuni culti tribali.

Tripura:

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Tripura è il terzo stato più piccolo del paese, una lussureggiante regione al confine con il Bangladesh. Con una sola autostrada che lo connette al resto del paese, Tripura è rimasta sempre fuori dai principali collegamenti e poco ancora si conosce riguardo ai suoi segreti e alle sue attrazioni. Una terra selvaggia ampiamente coperta di vegetazione, con cinque catene montuose intervallate da vallate e un clima tropicale con abbondanti piogge durante la stagione monsonica. La sua popolazione vive soprattutto di agricoltura, artigianato e servizio civile. le varie culture dello stato coesistono nell’armonia e nel rispetto. Gli elementi tipici della cultura Indiana, specialmente della cultura bengoli, hanno trovato il giusto equilibrio con le pratiche tradizionali dei gruppi indigeni, e ciò è ampiamente dimostrato nelle danze, nel modo di vestire, nella musica, nelle celebrazioni  dei matrimoni e nelle festività uniche nel loro genere che rendono questo posto estremamente caratteristico. Piccolo ma incantevole, questo luogo affascina viaggiatori con paesaggi incantevoli, luoghi antichi, monumenti, musei , colline ondeggianti, splendidi giardini, templi e una natura selvaggia.  Moltissime le leggende, le storie, i miti e le canzoni che rendono questo posto ancora più misterioso.  Numerosi  i luoghi che ne testimoniano la cultura, tra cui: le incisioni nella roccia di Unakoti, il palazzo sull’acqua di Neermahal, la libreria del palazzo di Ujjayanta e moltissimi altri.

Nagaland:

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Lo stato montuoso del Nagaland si trova all’estremità orientale del nordest dell’India al confine con la Birmania e ospita circa sedici differenti tribù Naga, ognuna con differenti culture, tradizioni e linguaggi. È una terra di festivals e di folclore celebrati da secoli di tradizioni. Qui, ogni anno, si tiene il famoso festival di Hornbill, dove per circa una settimana vengono celebrate le tradizioni delle tribù locali e rappresenta uno dei più grandi eventi turistici della zona. Kohima, la capitale dello stato è conosciuta come sede del festival e a livello storico testimonia importanti battaglie della Seconda Guerra Mondiale. Dimapur, la città collinare più grande dello stato, è un centro di commercio, ben connesso con le altre città della regione e collega il Nagaland con altre parti dell’India con regolari servizi di trasporto aereo e ferroviario. Wokha e Mokokchung, nell’estremità occidentale furono le prime città di questa regione, ad essere fondate dagli inglesi. In alcune delle città orientali del Nagaland, come Mon e Tuensang, si possono facilmente incontrare i famosi cacciatori di teste e ascoltare le loro storie di lotte e di conquiste. Alcune parti remote del Nagaland  possono essere considerate come zone selvagge di frontiera scoperte solo di recente. La bellezza del Nagaland si può testimoniare nelle maestose montagne di Japfu, nell’incantevole valle di Dxukou, nelle colline coperte di vegetazione di Patkai e soprattutto nelle aree tribali dove le popolazioni conservano ancora fortemente le proprie tradizioni.

Arunachal Pradesh:

“Il paradiso in terra, un luogo di latte e miele nelle valli nascoste dell’Himalaya , dove nessuno invecchia o nasce brutto.” Molti viaggiatori dopo aver scalato alcune della cime dell’Himalaya, esplorato valli su valli, alla ricerca di questo posto, hanno trovato in questa descrizione di James Hilton, l’esatta definizione dell’Arunachal Pradesh. Questo regione, grazie alla sua collocazione, nell’estremo oriente del paese, viene chiamata “la terra delle montagne illuminate dall’alba”. L’intera terra ferma si trova nella catena orientale dell’Himalaya, una terra di una suprema bellezza e di ricche tradizioni secolari. La variazione climatica e di altitudine della regione si manifesta in una varietà di paesaggi e foreste che conservano una delle più grandi biodiversità del pianeta. Se si parla di topografia e di appartenenza etnica, l’Arunachal Pradesh rappresenta un universo a sè stante. Nove larghi fiumi dell’Himalaya attraversano lo stato per giungere fino alle pianure dell’Assam, incluso il grande Brahmaputra. Ognuno di questi fiumi e i suoi tributari formano vallate spettacolari, come la famosa Ziro Valley, che restano separate le une dalle altre e dal resto del mondo esterno a causa delle scarse infrastrutture e delle montagne attraversate da foreste, difficili da raggiungere e da conquistare. Ancora oggi molti sono gli abitanti dei villaggi che prima di raggiungere i più vicini negozi di alimenti devono attraversare km per giorni. Questa separazione, dovuta alle condizioni estreme della natura, ha preservato una spettacolare diversità di culture antiche e di gloriosa una flora e fauna alimentata dai nove fiumi. Incredibilmente, in uno stato piccolo come l’Arunachal Pradesh, si parlano circa novanta diversi linguaggi. Più di quaranta le tribù e le sotto tribù che vivono qui e che portano con sè tracce di storie indigene appartenenti alle remote terre della Mongolia e del Sud-Asia. Grazie all’attività dei governi locali questa regione si sta aprendo al mondo esterno e molte sono le attività di promozione e conservazione delle aree tradizionali attraverso festivals e turismo sostenibile.

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Il periodo migliore per visitare questi posti ed evitare piogge torrenziali è quello da Novembre ad Aprile/ metà Maggio, se invece volete godere della natura lussureggiante e dell’atmosfera magica durante le piogge, allora il periodo è quello del monsone da metà Maggio a Settembre/Ottobre , attenti a frane e alluvioni però!

Per gli itinerari sul nord est India visita https://www.passoinindia.com/nord-est-india-e-orissa

Buon viaggio e stay tuned!!

 

Il Qutub Minar di Delhi

Il Qutub Minar di Delhi è patrimonio mondiale dell’Unesco. L’alto minareto fu fatto costruire nel 1199, in circa 20 anni, da Qutab-ud-din Aibak, fondatore del sultanato di Delhi, per celebrare l’avvento della dominazione musulmana a Delhi e la vittoria del sultano sui governatori Rajput, venne completato nel 1396 d.c. dal suo successore Iltutmish.  L’altissima torre conica è un esempio straordinario di arte Moghul indo-islamica dell’architettura afghana. Copre un’ altezza di circa 72.5 metri e raggiunge 379 scalini. Ha cinque diversi piani ognuno segnato da un balcone sporgente che ne demarca il limite e si restringe da un diametro di 15 metri alla base fino ad arrivare ad un diametro di 2.5 metri alla sommità. I primi tre livelli sono realizzati in arenaria rossa mentre il quarto e il quinto sono rispettivamente di marmo e arenaria. A fianco del minareto si trova la moschea Quwwar-ul-islam, una tra le prime ad essere realizzata in India. Un’iscrizione provocatoria sull’entrata orientale avverte i visitatori che fu fatta costruire con il materiale ottenuto dalla demolizione di 27 templi hindu. Una colonna di ferro alta 7 metri si erge nella corte della moschea, fu fatta costruire durante la dominazione della dinastia Gupta in memoria di Chandragupta II. All’estrema sommità della colonna appare l’immagine del Dio Hindu Garuda. Un fatto eccezionale è che la colonna, di quasi 1600 anni, seppure rivestita per il 98% di ferro, non ha un accenno di ruggine.  Si dice che circumnavigare la colonna con le spalle rivolte contro di essa, faccia avverare i desideri espressi.

Le origini del Qutub Minar sono coperte di mistero, alcuni credono sia simbolo della vittoria dei musulmani e dell’inizio della loro dominazione in India, altri ritengono che servisse per richiamare I fedeli alla preghiera, altri che venisse usata come torre di avvistamento.

Nonostante fu colpito da un fulmine e danneggiato, poi riparato in seguito, questo monumento ha superato in maniera straodinaria I segni del tempo. È inoltre circondato da un verde giardino che lo rende il luogo adatto per passare piacevoli pomeriggi all’ombra dei suoi alberi e allo stesso tempo per godere dell’abilità artistica e della memoria storica di cui è un grande esempio.

Ognuno dei piani del minareto ha una decorazione differente: alla base il primo piano presenta dei solchi angolari e circolari, il secondo è circolare, il terzo ha solchi angolari, mentre i balconi ne accrescono notevolmente la bellezza. I versi che decorano la colonna, incisi sull’arenaria sono ripresi dal libro sacro del Corano. Ci sono rivendicazioni sull’evidenza che il Qutub Minar fu costruito molto prima da imperatori Hindu e che in seguito Kuttubuddin abbia sostituito le scritte sulla pietra. Le pietre hanno divinità hindu da una parte e dall’altra riportano iscrizioni coraniche.

Alcune pietre che sono state  rimosse dal minareto e che hanno divinità hindu da una parte e dall’altra scritte coraniche, sono oggi conservate al museo, questo a testimonianza che gli invasori erano soliti rimuovere le pietre dedicate alle divinità hindu, capovolgerle sotto sopra e nascondere le immagini per aggiungere al loro posto scritte  sacre sulla parte frontale.

Molte sono state nel corso degli anni le scosse e I colpi subiti da fenomeni geotemporali, nonostante tutto però si è sempre pensato ad apportare riparazioni affinchè questa straordinaria opera d’arte mantenesse intatto il suo slendore.

Jagannath, il tempio dei misteri (Orissa).

 

Mi trovo a Puri, nello Stato indiano orientale dell’Orissa, vicino al tempio indu di Jagannath, particolarmente importante per gli induisti; il tempio è infatti uno dei quattro char dhams, cioè una delle quattro importanti mete di pellegrinaggio situate nei quattro punti cardinali dello Stato indiano che nella vita un induista deve visitare per ottenere la liberazione dai peccati e la salvezza eterna. Gli altri tre templi di questo tenore sono Badrinath, al Nord, Rameshwaram, al Sud, Dwarka, ad ovest. Per completezza va detto che esiste anche un altro Char Dham che conosciuto come “Chota CharDham“, nello Stato di Uttarakhand e conosciuto come “Terra degli Dei”.

Ma oggi è del Jagannath temple che vi voglio raccontare. Il tempio è dedicato al Signore Jagannath, considerato il Dio e monarca supremo dello Stato di Orissa, nonché avatar del dio Visnu. Il termine avatar, dal sanscrito, significa “disceso” ed è la consistenza che assume un Deva (dio) o una Devi (dea) quando si incarna in un corpo fisico per svolgere determinati compiti. Questo termine viene usato principalmente per definire le diverse incarnazioni di Vishnu, tra cui le più note sono Krishna e Rama. Il Dio Jagannath di Puri è importante perchè rappresenta tutte le divinità dei culti religiosi che rientrano nell’ambito dell’Induismo. Così è Shiva per un Saivite, Ganapati per un Ganapatya (devoto del Dio Ganesh con la testa di elefante), Kalika per un Sakta (colui che adora Sakti come moglie di Shiva) eccetera. Per questo il tempio di Puri è il luogo dove si realizza la massima integrazione tra correnti religiose differenti, vedica (strettamente collegata agli insegnamenti dei testi sacri Veda che originano dagli Arii, il popolo che nel 2200 a.C. arrivò in India nord occidentale), puranica (dagli antichissimi testi sacri Purana), tantrica (dai testi sacri risalenti 6° sec. d.C., ma di ispirazione anteriore e ricchi di simboli esoterici), vaisnava (dal Dio Vishnu), gianista, buddista e persino quella delle tribù aborigene, senza alcuna distinzione di casta. L’uguaglianza è mantenuta anche riguardo alla consumazione dei cibi a base di riso bollito che giornalmente vengono offerti. Pensate che ogni giorno avviene la preparazione del prasadam, il sacro cibo servito nel tempio prima agli dei e poi ai fedeli; e qui cade il primo mistero del tempio; infatti, seppur ad essere preparata è sempre la stessa quantità, sia che i fedeli siano 2000 o 20000, mai ne avanza e mai risulta insufficiente. La cottura del prasadam avviene impilando ben 7 contenitori uno sull’altro, che cuociono sulla legna e quello più alto è il primo a compiere la sua cottura e poi, in ordine, quello immediatamente sotto, fino all’ultimo. E questo è uno degli altri fatti inspiegabili del tempio.

Pare che il tempio sia stato costruito nel 12° secolo durante il regno del re Anantavarman Chodaganga Deva (1077-1150), sovrano della dinastia orientale di Ganga che governava la parte meridionale di Kalinga, storica zona dell’India nella regione costiera orientale che oggi comprende parte dello Stato di Odisha (Orissa) e una parte dello Stato di Andhra Pradesh. Il tempio, circondato da ben 30 templi, è la più grande attrazione di Puri; alto ben 65 metri (uno dei più alti in India) è delimitato da due muri, uno esterno, il Meghanada Pracira e uno interno, il Kurma Pracira. L’attuale struttura, risultato di una serie di manipolazioni nel tempo per mano dei vari governanti dello Stato che ne ha alterato il disegno originale, è uno splendido esempio di architettura Kalinga, l’antico nome di Orissa (Odisha).

Da più di un millennio, ogni giorno, al tempio di Jannagarh, un prete sale fino in cima alla cupola del tempio, alto come un palazzo di 45 piani, per cambiare la bandiera che tira sempre in direzione opposta a quella del vento (!). Se questo rituale dovesse saltare, il tempio dovrebbe essere chiuso per i successivi 18 anni.

Sul gopuram (la torre del tempio tipica del Sud India), a venti metri di altezza, è installato l’imponente Chakra di Sudarshan, costruito con tecniche ancora sconosciute, così in alto e così grande che è visibile da ogni angolo di Puri; da qualunque punti vi si arrivi, il simbolo guarda sempre dritto verso lo spettatore. Sopra il tempio non volano e non si posano uccelli ed anche ai velivoli è vietato farlo. Stesso mistero di realizzazione incombe sulla cupola principale che in nessun momento della giornata, comunque giri il sole, non fa alcuna ombra. Tutti fatti tuttora inspiegati.

Solo gli indù possono entrare nel tempio che tuttavia è visibile dalla cima dell’ Emar Matha, l’edificio situato vicino alla porta orientale del tempio. Chiunque visiti il tempio racconta che quando si oltrepassa la porta principale (Simhadwaram), si sente il suono dell’oceano che lambisce quella terra ma, quando si torna indietro nella stessa direzione da cui si è arrivati, quel suono non si sente più. Inoltre, la brezza del mare, che per natura di giorno dovrebbe arrivare verso terra e la sera andare verso il mare, a Puri fa il giro opposto.

La molteplicità dei rituali del tempio (c.d. “niti”) richiede la disponibilità di più di mille persone impegnate nel tempio, a partire dalla rimozione del sigillo per la apertura della porta alle cinque di mattina (Dwarpitha) in seguito alla quale si svolgono, nell’arco della mattinata, vari rituali che comprendono diversi cambi degli abiti e delle decorazioni delle divinità, anche con oro e pietre preziose, il loro bagno, compresa la pulizia dei denti, la lettura dell’Astrologo del tempio, il sacrificio del fuoco, la preghiera al sole fino al momento della colazione delle divinità, quando vengono fatte offerte di dolci e frutta. Nel pomeriggio le divinità si riposano e la sera comincia con la Sakala Dhupatà, la messa a letto delle divinità. La porta è sigillata poi dal Sevayat (Talichha Mohapatra) ed il tempio viene chiuso per la notte. Oltre a Jagannatha, altre divinità sono adorate nel tempio come Balabhadra e Subhadra e tutte insieme formano la trinità fondamentale. Con il divino Sarsarsano, anch’egli ivi adorato, costituiscono il Caturdha Murti, le quattro immagini divine. La maggior parte delle divinità sono fatte di pietra o metallo mentre Jagannath è in legno. Ogni dodici anni, con un particolare rituale (Navakalevara) le figure in legno vengono sostituite con nuove ricavate da alberi sacri che vengono scolpiti per realizzare una copia esatta della precedente. Le statue dismesse vengono sepolte l’una sull’altra e si crede che si disintegrino da sole.

Ogni anno, presso il tempio di Jannagath, si celebra il Rath Yatra, il più antico in India e nel mondo, letteralmente “viaggio su carri” (yatra vuol dire viaggio mentre i carri in lingua Odia sono chiamati ratha o rotho o deula). Le tre principali divinità, tra suoni musicali, in una atmosfera davvero festosa, vengono trasportate al fiume su carri decorati simili alle strutture del tempio per raggiungere, tirati con corde dai fedeli, il tempio di Gundicha che dista 2 chilometri. Ogni anno vengono costruiti carri nuovi con legno ricavato da un particolare albero. Fino al giorno prima della festa è vietato il darshan, il contatto visivo con la divinità di Jannagath per due settimane.

Un rituale che dura da secoli.

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Bikaner, alle porte del deserto del Thar (Rajasthan).

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La Jama Masjid a Delhi.

Vagando nella zona di Chandni Chowk, uno dei bazaar della vecchia Delhi, ebbra di profumi speziati e di quotidianità, la Jama Masijd mi appare all’improvviso, imponente in tutta la sua santità islamica. A volerla, tra il 1644 e il 1656 fu Shah Jahan (1628-1658), l’imperatore moghul che anche dobbiamo ringraziare per il magnifico Taj Mahal di Agra. Durante il suo regno, infatti, la capitale di quell’impero che già dominava l’India settentrionale da più di cento anni, fu trasferita da Agra a Delhi, nuovo centro del potere musulmano, che lo rimase dal 1649 al 1857. Qui Shah Jahan, a nord dell’antico insediamento, costruì, tra il 1638 e il 1649, una nuova città murata chiamata Shahjahanabad (la città di Shah Jahan), che divenne una delle 12 province dell’impero e che oggi è conosciuta come “Old Delhi”. Delhi, con tutti gli onori di nuova capitale, fu abbellita da palazzi reali e nobiliari, giardini, piazze ed altri edifici all’insegna del buon gusto moghul del sovrano, come la bella moschea e il Forte Rosso che, come il Taj Mahal di Agra, si stende sul fiume Yamuna e che da qui ben si ammira.

La splendida moschea accoglie il devoto con l’abbraccio della sua lunga scalinata in arenaria rossa che conduce ad uno dei tre grandi portali d’accesso. Prima di percorrerla e di lasciare fuori le mie scarpe impure, osservo con stupore le tre cupole a bulbo, le quattro torri agli angoli alte 40 metri e i due minareti in arenaria rossa e marmo sormontate da chaatris (baldacchini).

Entrando, dalla porta nord, nel grande cortile lastricato di 408 metri quadrati, abbagliata non solo dal sole che picchia, comprendo perché questa è la moschea più grande di tutta l’Asia, che ha richiesto il lavoro di 5000 persone ed un milione di rupie.

In questo piazzale, che ospita al centro una vasca per le purificazioni con l’acqua, si accende, ogni venerdì, il fervore religioso di ben 25000 devoti per la “Jumu’a”, la “preghiera del venerdì” (da cui il nome “jama” – moschea del venerdi), quella preghiera comunitaria che i musulmani fanno dopo mezzogiorno quando il richiamo cantalenante del muezzin sul minareto li invita ad ascoltare la liturgia ed il sermone dell’imam, la loro guida spirituale.

L’imam della Jama Masjid, a cui viene dato il titolo onorifico di Shahi Imam, è da sempre considerato figura islamica di enorme rilievo. Egli, come tutti i suoi predecessori, discende infatti dal primo imam che fu designato dall’imperatore Shah Jahan in virtù della sua divina autorità.

In una “Old Delhi” che pare ferma nel tempo, la Jama Masjid, oggi come allora, è ancora lì nella sua maestà religiosa, traccia intatta dei uno dei più grandi imperatori dell’immenso regno, quello moghul che iniziò nel 1526 il dominio dell’ India sostenendolo fino al 1857 quando dovette, suo malgrado, lasciarlo agli inglesi.

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