Arrivare a Shimla con il treno storico

Simla-Shimla-Kalka-Toy-Train

Appena ho sentito parlare dello storico trenino Kalka – Shimla, la “Regina delle colline” l’ho preso in considerazione per questo mio viaggio salendo verso l’Himachal Pradesh. E’ un toy-train, come vengono chiamati i trenini che viaggiano su antichi binari a scartamento ridotto, come altri in India ed altrettanto noti e deliziosi (vedi ad esempio https://passoinindia.wordpress.com/2014/12/29/il-trenino-del-darjeeling-e-pronto-alla-partenza-2/ e https://www.passoinindia.com/sikkim-ai-piedi-dellhimalaya ).

Questa linea, iniziata nel 1898 ed inaugurata nel 1903 dal viceré Lord Curzon, percorre ben 96 chilometri in cinque ore e raggiunge 2.205 metri di altezza con le sue poche e piccole carrozze colorate di prima, seconda e terza classe. Mi imbarco a Kalka, nello Stato di Haryana, una piccola stanzioncina abbastanza pulita. Viene bene raggiungerla se, come me, arrivate da Haridwar, passando per la moderna città di Chandigarh, da cui ho preso il treno per Kalka e, dunque, per Shimla.

Si viaggia con passeggeri del luogo e turisti e si può scegliere se scendere in una delle località intermedie dove si ferma questo delizioso giocattolino contrassegnato con la targa di Patrimonio dell’Umanità UNESCO, titolo conferitogli nell’anno 2008. E’ un salto indietro nel tempo l’ascoltare il suo sferragliare a suoni costanti su questi binari prodigio di ingegneria che è ancor più netto accanto al portellone sempre aperto da cui, con azzardo, mi affaccio per fotografare il trenino in corsa. Lo spettacolare paesaggio tra foreste, cascatelle, prima collinare e poi montuoso, che, lungo i dirupi, scorre dai finestrini, interrotto, a tratti, da gallerie, ben 103, è reso ancora più stupefacente dai ben 806 ponti antichi e 919 curve mozzafiato che collegano vari tratti. Il tunnel più lungo è presso la stazione di Barog, (tunnel 33, lunghezza 1.143,61 metri) ed il ponte architettonicamente più bello è il numero 226, nei pressi della stazione di Sonwara, che domina una profonda valle ma purtroppo quest’ultimo non è vedibile dalle carrozze. Il tunnel Barog ha anche una storia da raccontare perché il Signor Barog, progettista e costruttore della galleria si suicidò proprio lì vicino a seguito di un errore da lui commesso nella progettazione che indispose il committente governo inglese. Egli provò infatti a scavare il tunnel da entrambe le parti ma qualcosa andò storto e i due tratti non si incontrarono.

Dopo Kalka, a 656 metri s.l.m., il trenino comincia la sua salita, rallentando ed arrancando ad una velocità media di 25 Km. orari su una pendenza del 3%. Lo sviluppo dell’itinerario è scandito dai grandi numeri dipinti sui lati dei tunnel.

Finalmente arrivo a Shimla, dopo aver superato ben 18 stazioni sul percorso, tutte fornite di bancarelle da cui comprare del cibo (vedi, sotto, l’elenco).

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Non fatico a pensare che Shimla, costruita su diverse colline ad una altitudine di 2.075 metri, tra verdi pascoli e cime innevate, sia davvero una piccola perla dell’Himalaya, fondata dagli inglesi con il nome di Simla e divenuta, nel 1864, capitale estiva dell’Impero britannico oltre che quartier generale della forza militare inglese. Di fatto gli inglesi fecero di Shimla un luogo a loro uso e consumo, soprattutto durante la ricostruzione dopo l’ incendio del 1876. Persino i nativi indiani furono praticamente costretti ad allontanarsene, tranne quelli che erano al servizio degli inglesi. Ma all’epoca, prima della costruzione della linea ferroviaria, raggiungerla non era semplice, considerata la sua collocazione, se non con carri trainati da buoi ed impiegando moltissimo tempo ed uomini lungo la faticosa salita. Del resto, il punto di forza di Shimla era proprio la sua posizione che la rendeva fresca anche durante l’estate. Sono ovunque le tracce del suo passato coloniale, come i cottages, la Loggia vicereale, i lampioni in ferro, gli edifici in stile tudor e neo gotico e, ovviamente, i nomi inglesi. Dopo l’indipendenza del 1947, Shimla divenne la capitale dello Stato del Punjab e, in seguito alla costituzione dell’Himachal Pradesh, nel 1966, fu designata capitale di quest’ultimo.

Dopo il check-in hotel faccio due passi per la cittadina. Mi trovo nei pressi della via pedonale principale The Ridge, un grande spazio aperto con vista sulle pendici innevate dell’Himalaya, che somiglia ad una piazza; è lunga quanto lo spazio che passa tra le due colline di Shimla, Jakhoo, ad est e Observatory ad ovest e che è pari all’estensione della cittadina. Qui le persone si ritrovano e qui si fanno i festival.

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Mi dirigo poi verso ovest e visito la seconda Chiesa cattolica più antica costruita in India, la quasi bianca Christ Church in quello stile neogotico che piaceva agli inglesi durante l’era vittoriana. La progettò l’architetto colonnello J. T Boileau, i lavori iniziarono nel 1844 e la consacrazione avvenne nel 1857. All’interno 5 vetrate rappresentano le 5 virtù del cristianesimo (carità, fortezza, pazienza, umiltà e speranza) e, nella parte anteriore della chiesa, il contrassegno su un banco indica che quello era riservato al viceré. All’uscita la luce è forte e tiro un forte respiro di aria pura; nel mentre, realizzo che, dietro la chiesa, è visibile la grande statua di Hanuman costruita sulla collna di Jakhoo dove intendo recarmi.

Continuo la strada in discesa ed arrivo a Scandal Point dove The Ridge si incontra con Mall Road. E’ un nome davvero strano. Mi spiegano che deriva da una storia forse vera, forse no o forse solo in parte. Si racconta della fuga d’amore, nel 1892, della figlia del viceré e del Maharaja di Patiala Bhupinder Singh che erano incontrati proprio qui a Scandal Point. Pare che a questo Maharaja piacessero molto le donne che quindi cadevano preda del suo fascino.

Percorro quindi Mall Road, l’altra strada principale di Shimla che corre lungo una terrazza inferiore e dove, al Bazaar, si vende di tutto. Qui si trova anche l’edificio postale in stile coloniale.

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Nel pomeriggio cammino per 30 minuti (2,5 Km.) lungo un percorso intercalato da tratti a gradini e dalla visita di scimmiette un po’ invadenti che in India non mancano mai; con stupore scopro che affittano bastoni per tenerle lontane durante il cammino! Arrivo a Jakhoo Hill, ad un’altezza di 2.455 metri, il luogo più alto di Shimla, immerso nella natura, dove si trova un tempio indu e una recente statua arancione di Hanuman, il dio dell’induismo con il volto di scimmia, alta ben 33 metri. Da quassù si vede la catena montuosa Shivalik che appartiene a quella Himalayana. La mitologia hindu racconta che la cima piatta di Jakhoo Hill Shimla è l’impronta del piede di Hanuman che vi atterrò dal cielo a cercare un’erba per medicare il sacerdote Lakshmana durante la battaglia del Ramayana. Proprio in quel punto venne quindi costruito il colorato tempio di Jakhoo che riporta esternamente le immagini di questa divinità e, all’interno, una sua statua. Prima di entrare nel tempio seguo la ritualità e suono la campana affinché quel suono porti fortuna per i 3 giorni che verranno.

La mattina del giorno seguente mi dirigo a 2 chilometri dal centro, al Viceregal Lodge, l’ex residenza estiva dell’allora Viceré, colui che, in nome del monarca, esercitava il potere in India. La sua costruzione è del 1888 ed il primo ad abitarla fu Lord Dufferin cui, nel 1884, venne conferito quel titolo. Il palazzo ospitò anche la conferenza di Shimla che Lord Wavell, nel 1945, organizzò per presentare il suo piano per l’autogoverno indiano. Erano le premesse per l’indipendenza indiana che sarebbe avvenuta nel 1947 e di cui Wavell intendeva dibattere ma senza alcun appoggio dal primo Ministro Churchill, che non condivideva la svolta, né tanto meno dal suo successore Attlee che, nel 1947, lo rimpiazzò con Louis Mountbatten che traghettò l’India fuori dalla supremazia inglese (vi consiglio di vedere il film “Il palazzo del Viceré” del 2017). Qui si tennero le discussioni nel 1947 sulla divisione territoriale tra India e il nuovo Pakistan. (https://passoinindia.wordpress.com/2015/08/14/lindipendenza-indiana-e-la-partizione-del-1947/ )

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Il Viceregal Lodge è anche chiamata “Casa del presidente” (Rashtrapati Niwas) perché, dopo l’indipendenza e fino alla metà degli anni ’60, vi si recavano in estate i presidenti indiani, dopodiché, perduta questa consuetudine, il Lodge venne consegnato all’ Institute of Advance Studies, praticamente una Università. Passeggio nei giardini del palazzo voluti dal marchese Lansdowne e mi soffermo ad esplorare il panorama che si gode dalla cima della collina dell’ Observatory Hill su cui si trova l’edificio; questo luogo è il secondo punto più alto di Shimla, dopo la collina Jakhoo. Mi chiedo quanto movimento ha visto in passato questo luogo e quanto denaro e sforzo fisico deve essere costato. Portare fin quassù il materiale da costruzione come l’ arenaria grigia locale e la pietra calcarea azzurra, utilizzati per costruire il palazzo, non deve essere stato così facile, seppure con l’utilizzo di muli e certamente di molti servitori. E tutto l’andirivieni si ripeteva ad ogni cambio della stagione quando gli inglesi lasciavano la calura delle pianure effettuando un vero e proprio trasloco, una lunga fila di uomini, merci, mobilio (pensate ai pianoforti!), carri, carretti, rickshaw, bauli, dame con ombrellini e gentiluomini… Per l’epoca, il Viceregal Lodge era una residenza moderna con tubazioni per l’acqua sia calda che fredda, un efficiente sistema di immagazzinaggio dell’acqua piovana ed un grande generatore di vapore per l’illuminazione elettrica. Durante il movimento per l’indipendenza anche Mahatma Gandhi giunse sin qui a visitare il viceré nella sua residenza nel 1922 e successivamente Lord Willingdon nel 1931.

Lascio Shimla con un sorriso e anche un po’ di quella malinconia che ti invita a ritornare.

(testo by PassoinIndia)

Ricorda che in inverno la zona è coperta di neve e durante i monsoni piove molto. 

leggi anche

https://passoinindia.wordpress.com/2016/05/01/in-india-ad-un-passo-dallhimalaya/

visita il nostro sito per itinerari di viaggio in India http://www.passoinindia.com

Le stazioni che tocca il treno per Shimla: Kalka (0 km, 656 m.s.l.m.) il cui nome è mutuato dal tempio di Kali Mata situato a Shimla. 2) Taksal (5,69 km. 806 m.s.l.m.), la prima stazione dopo l’ingresso nello Stato di Himachal, dove anticamente si fabbricavano monete. 3) Gumman (10,41 km, 940 m.s.l.m.), sulle colline di Kasauli. 4) Koti (16.23 km, 1.098 m.s.l.m.), spesso visitata da animali selvatici; vicino si trova il secondo tunnel più lungo (n. 10) con una lunghezza di 693,72 metri. 5) Sonwara (26 km, 1.334 m.s.l.m.); vicino si trova il ponte (n. 226) più lungo di 97,40 metri. 6) Dharampur (32.14 km, 1.469 m.s.l.m. 7) Kumarhati Dagshai (39 km, 1.579 m.s.l.m.). 8) Barog (42.14 km, 1.531 m.s.l.m.); vicino si trova il tunnel più lungo (n.33) con una lunghezza di 1.143,61. 9) Solan (46.10 km, 1.429 m.s.l.m.).a 10) Salogra (52,70 km, 1.509 m.s.l.m.); pochi chilometri si trova la famosa fabbrica di birra Solan. 11) Kandaghat (58.24 km, 1.433 m.s.l.m.). Vi si trova il ponte ad arco n. 493 con una lunghezza di 32 metri. 12) Kanoh (69.42 km, 1.647 m.s.l.m.); vi si trova il ponte più alto della galleria ad arco (n. 541) con un’altezza di 23 metri e una lunghezza di 54,8 metri. 13) Kathleeghat (72.23 km, 1.701 m.s.l.m.). 14) Shoghi (77,81 km, 1,832 m.s.l.m.), la prima stazione del distretto di Shimla. 15) Taradevi (84,64 km, 1.936 m.s.l.m.), il cui nome deriva da Mata Tara Devi situato vicino; in prossimità si trova anche il terzo tunnel più lungo (nr.91) a 992 metri. 16) Jutogh (89.41 km, 1.958 m.s.l.m.). 17) Summer Hill (92.93 km, 2.042 m.s.l.m.) che inizialmente serviva la Loggia vicereale; vicino si trova l’Università Himachal Pradesh. 18) Shimla (95.60 km, 2.075 m.s.l.m.).

JAIPUR è diventato sito del Patrimonio del UNESCO

Jaipur city palaceLa città rosa di Jaipur, è diventata un sito del patrimonio dell’Unesco. È la prima città pianificata dell’India fondata da Sawai Jai Singh II nel 1727, ed è solo la seconda città indiana a comparire nella prestigiosa lista.

Jaipur è stato certificato come sito del patrimonio mondiale dal direttore dell’UNESCO, il generale Audrey Azoulay, durante l’evento speciale il 05 di febbraio, mercoledì nella storica Albert Hall nella Città Rosa.

La pianificazione urbanistica di Jaipur mostra uno “scambio di antiche idee indù, Mughal e occidentali contemporanee” che ha plasmato la città, una nota dell’Unesco aveva precedentemente notato. La città ospita vari stili architettonici, un esempio della fusione di culture.

La dichiarazione sottolineava che Jaipur era “anche un esempio eccezionale di città commerciale tardo medievale nell’Asia meridionale e che definiva nuovi concetti per un fiorente centro commerciale e commerciale. Inoltre, la città è associata alle tradizioni viventi sotto forma di artigianato che hanno un riconoscimento nazionale e internazionale “

Patrika Gate, la porta più colorata dell’India

C’è un luogo a sud di Jaipur, lungo Malviya Nagar, a circa 1,5 km, dall’aeroporto internazionale Sanganer, che non trasuda autentica storicità e non supera in bellezza i monumenti di Jaipur ma che vale la pena visitare. E’ il Patrika Gate, con la facciata rigorosamente di colore rosa, come il resto della città, fiancheggiato da figure di elefanti, cavalli e soldati, a ricordare il valore degli Stati principeschi del Rajasthan in quelle battaglie e guerre che fanno parte della storia dei Rajput. Il design della facciata del Patrika Gate richiama l’architettura tradizionale rajastana con i suoi armoniosi jharokhas, un tipo di balcone sporgente, tipico dello stile moghul, i pols, e gli chhatris, i bei padiglioni che si elevano a forma di cupola, tipici di alcuni meravigliosi edifici di Jaipur come il famoso Hawa Mahal, ed il grandioso City Palace, residenza della famiglia reale.

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L’interno del Patrika Gate appare come un caleidoscopio: consta di 9 archi o padiglioni ognuno dei quali misura 9 piedi ed è finemente scolpito e dipinto con temi che testimoniano la ricca cultura del Rajasthan, la terra dei re, e della storia di Jaipur, i suoi antichi templi, le fortezze, i palazzi come l’Hawa Mahal e il City Palace, i ritratti di sovrani di Jaipur, le ceramiche blu, i gioielli ed anche la vita e le tradizioni quotidiane. Altre pitture riguardano strutture architettoniche più moderne di Jaipur come ad esempio il World Trade Park (un grande centro commerciale) e l’Amar Jawan Jyoti.

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Il Patrika Gate diventa la nona porta, aggiungendosi infatti alle altre otto porte di accesso alla città (Soorajpole Gate, Chaanpole Gate, Ajmeri Gate, Sanganeri Gate, Ghaat Gate, Samrat Gate, Zorawar Singh Gate e New Gate) attraverso le mura che il Maharaja Sawai Jai Singh II, quando fondò Jaipur nel 1727 d.C. , volle erigere per separare il cuore della città dalla periferia, probabilmente per ragioni di sicurezza. Notate come il numero 9 sia ricorrente?

Il Patrika Gate è il luogo di accesso al Jawahar Circle, con i suoi alberi e giardini che ne fanno probabilmente il più grande parco circolare dell’Asia. Di fronte al Gate c’è l’enorme giardino circolare con la sua fontana che ogni domenica, dalle ore 19:00 e per circa 30 minuti, offre uno spettacolo di getti di acqua danzanti al ritmo di musica indiana con ben 290 effetti coreografici e 316 diversi colori. Il parco ospita bancarelle che vendono gustoso cibo indiano street food.

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Ricordate che non sarete soli a meno che non andiate molto presto la mattina. Questo luogo è molto ambito da fotografi e turisti.

testo by PassoinIndia

Tempio indu: devoti e devozione

Quando si visita un tempio indu è impossibile non rimanere affascinati da tutto quanto “gira” attorno alla sua figura, compreso l’interno che ospita la divinità principale. Come in altre religioni, la pulizia fisica è parte integrante del culto religioso e per questo i devoti entrano nel tempio dopo un bagno rituale al serbatoio della struttura o presso un fiume. Portano offerte e eseguono la pradakshina, una circoambulazione in senso orario (la parola infatti significa a destra) dell’edificio principale. Questo rito, conosciuto similarmente anche nel Buddismo, conduce simbolicamente i devoti attorno ad una miniatura del cosmo e viene praticato anche in luoghi dove non esiste un tempio se lì, secondo credenza, è presente la divinità, ad esempio su una collina, attorno a Agni, il fuoco sacro (come anche si fa durante una cerimonia nuziale indu), alla pianta sacra Tulsi e all’albero sacro Pipal. Gli induisti si muovono lentamente attorno al santuario, mostrando rispetto verso gli idoli installati lungo il percorso e alle figure nelle nicchie del tempio, tutte manifestazioni dell’immagine del dio che si trova all’interno. Le figure sul muro del tempio ricordano ai fedeli di essere state create per aiutarli nella preghiera, per offrire l’ immagine di un superiore, onnipotente, informe e non manifesto potere.

Come i bambini in una casa, gli dei del tempio vengono svegliati ogni mattina, vestiti, alimentati con le offerte dai sacerdoti bramini. Ci sono sacerdoti ereditari designati secoli fa a mantenere il tempio, ai quali re e signori assegnarono terre e regali per la loro sussistenza. A seconda delle stagioni gli dei sono vestiti in abiti di differenti colori che simboleggiano la celebrazione festiva. In alcuni templi ricchi come a Tirupati (Andra Pradesh) i gioielli che adornano le principali divinità costano milioni di rupie, mentre nei poveri templi dei villaggi la divinità è adornata con semplici fili di perline. Una volta che la divinità è vestita vengono aperte le porte del tempio ed i devoti arrivano ad offrire frutta e fiori. Anche l’accensione delle luci nel tempio ha un grande significato simbolico perché rappresenta l’eliminazione dell’ignoranza e dell’oscurità e quindi del potere del maligno. La saggezza è evocata con l’accensione e lo sventolio delle lampade, spesso bellissime, e delle fiammelle delle candele affinché i fedeli ricevano il darshanIl gioco delle luci sulla divinità nella scura stanza della grabha griha esalta il concetto della divinità all’interno dell’individuo. Agli dei vengono fatte offerte simboliche dei cinque elementi della natura (simboleggianti anche i cinque sensi): l’acqua, da cui deriva la vita, i fiori, simbolo di crescita e prosperità, la frutta, l’emblema del compimento e ricompensa per il lavoro, l’incenso, che, con dolci fragranze, riempie l’aria che dà la vita, e lo scampanellio delle campane che sveglia gli dei e risuona in quello spazio comune in cui tutti coesistiamo. Ogni divinità ha le sue offerte preferite. Alcune divinità femminili amano l’odore del sangue e così in alcuni templi del Nepal e dell’ India vengono compiuti sacrifici. Ma, per fortuna, nella maggioranza dei casi il sangue di vittime sacrificali (animali) è stato sostituito da polvere rossa che viene spalmata sulla fronte delle divinità a significare il suo potere a riprodurre e sostenere la vita. Shiva ama le offerte di latte ed essere bagnato con l’acqua.

Nel tempio si medita, si recitano le scritture e i mantra, si cantano gli inni sacri ma soprattutto, anche più volte al giorno, nella scura garbha griha si fa la puja, un rituale di adorazione della divinità che viene lavata mentre le si offrono doni. Alla fine della celebrazione, ha luogo l’arati e il fuoco dei lumini illumina l’immagine della divinità. Il momento conclusivo, alto e personale, è il darshana, quando il fedele raggiunge la “visione” di Dio. Dopo la preghiera i bramini distribuiscono il prasad che simboleggia le benedizioni degli dei in forma di polvere rossa (se divinità femminili) o cenere (nel caso di Shiva) insieme ad altre cose come dolci o frutta che quindi ritornano ai devoti come simbolo di abbondante grazia della divinità. Quando i devoti ricevono le benedizioni essi possono fare offerte di gioielli o abiti per le divinità o offrire i loro servizi come cantare o suonare strumenti musicali durante le festività. Ma il tempio è soprattutto il principale luogo di aggregazione e scambio culturale per le comunità indu. Le donazioni contribuiscono a creare nuovi padiglioni o mandaps, ovvero delle strutture, parti integranti del tempio, realizzati solitamente su colonne, aperti o chiusi da pareti; essi conducono all’ingresso del tempio, anche se nei templi più grandi possono essere posti ai lati o staccati all’interno del complesso templare. Gli antichi templi dell’Orissa e del sud India hanno un nat o un mandap per le danze, un bhoga mandap per la distrubuzione di cibo, un kalyana mandap per condurre la cerimonia di matrimonio degli dei e altri festival per i quali il tempio è famoso. Dentro il perimetro templare possono trovarsi altri piccoli templi dedicati a divinità correlate a quella principale (ad esempio in un tempo shivaista, le principali divinità correlate sono Parvati, sua moglie, Ganesh e Kartikkeya, i suoi figli.) 

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A volte, posto su una colonna di fronte al santuario, come nei templi della valle di Kathmandu, si trova la figura del vahana, altre volte ospitato in un tempio separato, come è stata pratica comune in zone del sud India. Il vahana (letteralmente “ciò che trasporta, ciò che tira”) è l’animale che viene associato ad una divinità come suo veicolo che essa cavalca oppure lo affianca oppure ne possiede un simbolo.

Nel sud India dal XIII° secolo il tempio diventò il cuore della città, dove anche si commerciavano i prodotti portati dai villaggi vicini; ovviamente, tutto intorno vennero installate le sistemazioni per i brahmini, i sacerdoti. Nelle città tempio come Kanchipuram e Thanjavur in Tamil Nadu, ogni cosa è disponibile lungo i confini del tempio: abiti, utensili, fiori, cibo, sete, ceramiche, articoli artigianali e tanto altro. I templi relativamente più piccoli sono comunque un fulcro attorno al quale gira la vita quotidiana, quella stessa che l’induismo ha fatto innanzitutto una filosofia di vita.

by PassoinIndia

leggi anche https://passoinindia.wordpress.com/2019/10/07/il-tempio-indu-la-struttura/

Il tempio indu (la struttura)

Sia il tempio indu che quello buddista derivano la maggior parte della loro forma e decorazione dalla rispettiva mitologia e filosofia. Ma, a differenza dello stupa buddista, il tempio indu non è un monumento funerario e commemorativo ma è concepito come devalaya, la dimora di dio, un luogo che gli dei amano visitare e deve quindi essere perfetto per questo scopo in ogni suo dettaglio. Nonostante la sua vastità, il subcontinente indiano è accomunato da un filo conduttore mitologico che lega luoghi distanti. I luoghi in cui, secondo il mito, gli dei profusero le loro gesta, divennero sacri centri di pellegrinaggio, perché benedetti dalla visita divina. Le origini del tempio sono da rinvenirsi anticamente in un modesto riparo sotto un albero o sulle rive di un fiume riconosciuti come sacri, visto che, nella configurazione di un tempio, l’acqua è importantissima perché simbolizza il punto di passaggio verso l’altra riva della saggezza. Questi punti sacri diventarono edifici a tutti gli effetti quando raggiunsero importanza tra i devoti e le risorse finanziarie ne supportarono la realizzazione. Quando i sovrani ed i cortigiani finanziarono e commissionarono un tempio o una scultura, fu sempre per una ragione particolare: ricordare una vittoria politica, la conquista di un territorio, una persona amata, una glorificazione perpetua della loro dinastia. Il tempio, come dimora degli dei, fu costruito come un riflesso in miniatura del cosmo, con la struttura allineata in direzione dei punti cardinali: verso est, simbolo della perseveranza, dove sorge il sole; verso ovest, dove tramonta il sole, zona di Varun, il dio dell’oceano eterno; verso nord, la regione della permanenza; verso sud, quella di cambiamento e decadenza, il regno di Yama, il Signore della morte. A seconda della divinità e la stagione in cui il tempio veniva costruito, esso si rivolgeva ad una particolare direzione cardinale ma la maggior parte erano rivolti verso est. Anche la configurazione delle stelle e dei pianeti fu determinante nella pianificazione strutturale del tempio affinché gli dei vi potessero riconoscere la ricostruzione dell’universo ed elargire la loro benedizione ai devoti. Tali regole furono rispettate sia che il tempio fosse costruito in India o in Nepal, nel deserto o sulle colline.

Un tempio consisteva in un singolo quadrato, il garbha griha o camera del grembo o dimora dell’embrione, il suo sancta sanctorum, dove avviene il contatto tra la dimensione terrena e quella divina; si trattava di una stanza disadorna, intenzionalmente buia per favorire la concentrazione della mente del devoto sull’immagine del divino all’interno di essa, la statua del dio principale da cui il tempio prendeva il nome. Ad esempio, il tempio più famoso a Varanasi è chiamato Vishvanatha, il Dio dell’intero Universo. Solo i sacerdoti potevano e possono accedere al garbha griha.. Anche se il termine è associato ai templi indù, spesso ne erano dotati anche i templi giainisti e buddisti. La sacra garbha griha con le sue facce uguali e dirette verso i punti cardinali di permanenza e cambiamento (con quattro porte aperte, come nei templi della valle di Kathmandu) negli ultimi secoli fu realizzata in modo da formare disegni e proporzioni diverse, assumendo talvolta una pianta a forma di stella, come nei templi di Belur e Halebid in Karnataka o tondeggiante, come in quelli del Kerala o con movimenti ondulatori come in quelli di Kajuraho (Madhya Pradesh). Durante lo stadio elementare di sviluppo il tempio era spesso composto dalla sola camera santa costituita da un singolo monolocale, coperta da un semplice tetto piano, come nei primi esempi del V secolo. La pietra per il tetto, infatti, era difficile da modellare, mentre nelle costruzioni in legno era possibile ottenere anche un tetto a forma di botte. Ci sono ancora molti templi in India dove il sanctum è costruito in legno e mattoni, come nel sud. Molti di quei templi antichi non sono arrivati fino a noi a causa della deperibilità del materiale con cui erano fatti. Quando crebbe il mecenatismo per la costruzione dei templi indu, si cominciò a costruirli in pietra, materiale più duraturo ma più costoso. Il garbha griha cominciò ad essere sormontato da una copertura, un “tetto” non piano chiamato shikhara, che nei secoli assunse proporzioni monumentali che lo rese dominante sul circondario e visibile da molto lontano. Shikhara é un termine sanscrito che significa “picco montuoso” ed è anche interpretato come un asse verticale, “l’axis mundi”, che attraversa i cieli, la terra e il sottoterra. L’elevazione verso l’alto del Shikhara rappresenta l’elevazione spirituale personale (ātman) e lo slancio verso Brahma, l’essere supremo.

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L’architettura dei templi è stata classificata in base alla forma del shikhara e alle sue decorazioni. Quelli del sud India, in stile drāvida, sono solitamente fatti di strutture orizzontali sovrapposte che verso l’alto si riducono in larghezza costituendo una sorta di piramide. Ogni livello è decorato con diverse rappresentazioni. I templi del nord e centro India, in stile nāgara, hanno al contrario dei shikhara somiglianti ad un cono decorato e costituito da altri piccoli shikhara in miniatura.A questi due stili si affianca quello vesara, (dalla copertura cilindrica), una sintesi degli altri due. I templi di Bhubaneshwar in Orissa hanno una forma evoluta che si erige con livelli orizzontali in pietra decorati che si alzano come una colonna sopra il garbha griha e accentuano la loro curvatura mentre si avvicina la cima della torre. Solo dopo la costruzione del garbha gtiha il tempio hindu, si ingrandiva con ambienti che si aggiungevano al disegno originale, soprattutto quando, dal VI°-VII° secolo d.C., il tempio divenne un fulcro sociale, gravitato com’era da sacerdoti, assistenti dei brahmini, giardinieri, addetti alle pulizie, musicisti e danzatrici, il luogo religioso e di ospitalità ai pellegrini di passaggio o ai poveri così come ancora oggi avviene in molti templi. I tetti delle sale sussidiarie del tempio dell’India centrale e dell’ Orissa svilupparono una distinta forma piramidale composta da diversi strati decrescenti, costituendo la forma di una montagna, incrementando il simbolismo dei templi come dimora degli dei in mezzo all’ Himalaya. Nella valle di Kathmandu, per le condizioni climatiche, l’architettura dei templi assunse la forma di una pagoda costituita di vari livelli. I templi in legno del Kerala e di Goa also ebbero grandi coperture spioventi ricoperti da piastrelle.

Sulla cima di ogni shikhara c’era il kalash, l’emblema a forma di contenitore per l’acqua. In tutto il continente il kalash è il vaso simbolico dell’ambrosia, il fine ultimo della preghiera, la promessa della vita eterna libera dal cambiamento e dalla morte. Anche la decorazione scultorea sulla parete esterna della garbha griha e della sala fu una questione di gusto regionale. Sebbene il Vastu-Shastra, il testo quasi sacro sull’architettura del tempio descrisse l’arte e il simbolismo della costruzione, ogni regione ne interpretò le regole secondo le proprie esigenze. Il garbha griha che ospitava l’immagine centrale del tempio era racchiuso su tre lati. La porta d’ingresso al santuario, dai primi esemplari di Gupta, fu scolpita, su entrambi i lati, con immagini delle dee dei fiumi, assicurando la purezza a tutti coloro che passavano attraverso i portali, e con altre figure di buon auspicio lungo il bordo della porta. La zona centrale sull’architrave dall’altra parte della porta era scolpito con una figura della divinità alla quale il tempio era dedicato. Sulle pareti esterne del garbha griha erano installate nicchie con immagini che rappresentavano la manifestazione della divinità. I muri del tempio potevano narrare temi della mitologia o rappresentare figure di altri dei e dee del pantheon indu. A questo vasto schema decorativo potevano essere aggiunte figure di semi-dei o creature mitologiche che proteggevano il tempio dalle forze maligne. La quantità e la proporzione dei motivi di questi templi variava da regione a regione, dagli scarni templi di Hampi a quelli pluridecorati di Belur e Halebid, peraltro tutti facenti parte della stessa regione del Karnatka.

Molti di questi templi o di ciò che ne rimane sono di epoca Gupta, una dinastia che regnò nell’India settentrionale a partire dal 320 d.C. fino al VII secolo d.C., sono frequentati dai devoti che operano puje e seguono riti codificati, compiono la pradakshina ovvero la circuambulazione del santuario entrando nell’area sacra da oriente (simbolo dell’inizio di ogni cammino) e, camminando, ripercorrono simbolicamente il ciclo solare. Molti altri sono di recente costruzione eppur mantengono le stesse regole strutturali di quelli antichi, senza tuttavia, a parer mio, emanare lo stesso fascino. (by PassoinIndia)

da sinistra:  templi in Madhya Pradesh, Kesava temple (Karnataka), Orissa, Tamil Nadu

Le coppie nell’induismo: Rama e Sita (nel Ramayana)

Il RAMAYANA, capolavoro della letteratura indiana antica, il cui nome significa, “il viaggio di Rama” è uno dei più popolari poemi epici e testo sacro per l’induismo. La sua complessa ed elegante redazione fatta di paragoni, allegorie, metafore, rime, giochi di parole è attribuita al saggio poeta Rishi Valmiki tra il I° e il II° secolo d.C., che si dedicò all’ascesi proprio per scrivere le storie tramandate dai cantori itineranti. L’opera è suddivisa in tre kanda (libri), composti di 675 sarga (canti), per un totale di ventiquattromila strofe. La storia è questa. Rama, figlio primogenito del Re Dasaratha di Ayodhya, vinse una gara di tiro con l’arco, ottenendo così di sposare la principessa Sita, figlia del re di Videha. Rama è destinato a succedere al trono del padre ma, a causa degli intrighi della matrigna Kaikeyi che al trono vuole invece suo figlio Bharata, è costretto ad allontanarsi dal regno fino alla foresta di Dandaka con sua moglie Sita e il fratello Lakshmana, dove rimarrà per ben 14 anni. Qui incontrano Surpanaka, una demonessa che si invaghisce di Rama e vuole uccidere Sita, ma Rama la affronta e la ferisce mutilandola. Allora Surpanaka chiede aiuto a suo fratello Ravana, il quale accorre dall’isola di Lanka con un’orda di demoni. Veduta Sita se ne invaghisce perdutamente. Qui egli dovrà combattere contro i demoni Rakasa, il cui re, Ravana re di Lanka, demone dalle dieci teste e venti braccia, cercherà di rapire Sita e portarla con sé in Sri Lanka. Marica, il ministro di Rawana, nel tentativo di allontanare Rama da Sita, si trasforma in un cervo d’oro per attirare l’attenzione della sposa che quindi vuole catturarlo, senza successo. Ella chiede quindi a Rama di aiutarla che parte perciò all’inseguimento del cervo, lasciando il fratello a vegliare sulla moglie. Sita, sentendo una richiesta di aiuto del marito, prega Lakshmana di correre in suo soccorso. Sita rimane sola e Ravana, avvicinandola sotto la finta figura di un prete assetato, la porta via con sé. Rama nel frattempo riesce a colpire il cervo con una freccia, che tuttavia scappa. Rama, nel suo ritorno, viene a sapere del rapimento della moglie. Rama quindi, figura quasi divina, comincia la sua crudissima battaglia contro i demoni che tuttavia vincerà grazie all’aiuto del popolo delle scimmie divine, i vānara, e ai guerrieri scimmia, tra i quali c’è il valoroso e fedele Hanuman, che formano un ponte tra India e Sri Lanka consentendogli di raggiungere Ravana, ucciderlo in duello e salvare Sita. Rama verrà finalmente incoronato re al trono che Bharata, consapevole dell’ingiustizia, volentieri gli lascerà.

Rāma, per rispettare il dharma, la regola sociale, deve ripudiare Sītā, sospettata di aver dovuto cedere alle attenzioni di Ravana. Ma Sita accetta di sottoporsi alla prova del fuoco uscendo indenne dalle fiamme, dando così prova della sua purezza. Ma i sudditi diffidano della virtù di Sita e costringono Rama a bandirla nella foresta dove Sita muore dopo aver partorito due gemelli avuti da Rama. Quando Rama apprende la notizia, sopraffatto dal dolore, muore, e lo spirito divino che albergava in lui risale al cielo per riprendere l’aspetto originario del dio Vishnu di cui Rama, in questa storia è stato avatar (incarnazione).

Sono molti gli insegnamenti morali, politici, religiosi e sociali contenuti e prescritti in questo poema popolarissimo. L’obbedienza di Rama agli ordini del padre, il senso di giustizia del fratellastro di Rama, la devozione a Rama di Hanuman, capo delle scimmie, il coraggio di Rama di combattere contro Ravana (che ottenne dal dio Brama il dono di poter essere ucciso da un solo uomo: Rama) per salvare l’umanità, la fedeltà di Sita rappresentano tutte azioni di adesione al dharma, il dovere, la legge comportamentale, l’obbligo morale, la verità e la giustezza, base quotidiana della fede e dell’etica induista.

by PassoinIndia Tours

Happy birthday Lord Krishna !

Si sono concluse ieri le celebrazioni per il compleanno di Lord Krishna, una delle divinità più importanti del pantheon Hindu.

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Ricordo quando durante il periodo trascorso a Benares, ogni anno, qualche giorno prima che stesse per arrivare questa festività i più piccoli entravano in agitazione e iniziavano a collezionare tutti i pezzi che sarebbero poi serviti a rievocare la nascita di Lord Krishna. Il giorno prima del compleanno della divinità, in ogni casa si preparano i dolci a lei graditi e aspettando la mezzanotte si mette in scena un piccolo presepe molto simile a quello che facciamo noi per natale che rievoca i momenti salienti della nascita e i simboli che ricordano aspetti chiave della sua vita. Il luogo di nascita di Lord Krishna è Mathura, in Uttar Pradesh, dove, come in molte altre parti dell’india, in questo giorno, si svolgono pellegrinaggi, rievocazioni, canti e preghiere insieme alla narrazione dei racconti che rievocano la storia della divinità. Racconta la leggenda che Krishna nacque da Devaki e Vasudeva, membri della famiglia reale di Mathura. Ultimo di otto fratelli, venne scambiato in culla, appena in tempo, con un altro neonato e affidato di nascosto al pastore Nanda e alla moglie Yashoda, affinché lo crescessero al riparo dalla furia dello zio Kamsa. La profezia diceva infatti che Kamsa, il sovrano in carica al tempo, avrebbe ricevuto la morte per mano di uno dei figli della cugina Devaki che il sovrano fece infatti uccidere uno ad uno, man mano che nascevano. Krishna era un bambino dispettoso e ghiotto di burro di cui ne rubava tutte le scorte del villaggio. Spese la sua infanzia nella campagna di Vrindavan tra le mungitrici del villaggio, le gopi che diventeranno sue amanti attirate dalla sua bellezza e dalla musica ammaliante del suo flauto. La sua morte segna l’inizio del Kali Yuga, la quarta era cosmica della corruzione, caratterizzata da numerosi conflitti e da una diffusa ignoranza spirituale che si crede terminerà solo con la fine di questo mondo. 

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Negli ultimi anni, in onore del compleanno di Krishna è nato uno sport chiamato Dahi Handi. La leggenda narra che le donne del villaggio per evitare che il piccolo rubasse ogni scorta di burro, iniziarono ad appendere i vasi al soffitto tanto in alto da renderne difficile la presa. Ma la divinità, più furba delle donne del villaggio, chiese l’aiuto dei suoi amici per creare delle piramidi umane e riuscire così a raggiungere i vasi contenenti il burro. Questo è oggi diventato uno sport molto seguito soprattutto in Maharashtra con premi in denaro molto importanti. Il dahi ovvero il burro, viene raccolto in contenitori di terracotta chiamati Handi e sollevati ad una certa altezza da terra. Le donne gettano acqua o altri tipi di liquidi per impedire agli uomini, chiamati Govinda in onore del nome del dio in veste di guardiano di mucche, di alzarsi in piramidi e raggiungere i vasi di terracotta contenti burro che dovranno poi essere rotti. La preparazione fisica viene fatta con settimane di anticipo anche se non mancano frequenti cadute. 

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Non perdetevi il prossimo anno questa colorata e gioiosa festa celebrata in nome di una delle divinità più amate dagli hindu. 

Cucina indiana. Il Kheer.

Il Kheer è una specie di budino  di riso che viene cucinato in tutta l’India e si può preparare facilmente e velocemente con una cottura di soli 25 minuti. Dovete solo cuocere insieme  un quarto di una tazza di riso (rigorosamente BASMATI) e cinque tazze di latte (intero) in una pentola, a fiamma bassa. Dopo aver mescolato, spegnete quando il latte diventa denso ed il riso é cotto. Aggiungete quindi cardamomo, uvetta e zucchero (circa metà tazza)e mescolate delicatamente. Poi riponete le porzioni in coppette guarnendo,se vi piacciono, con mandorle. Potete anche aaggiungeteal composto zafferano (che gli da anche  colore) o acqua di rose.

UN PO’ DI STORIA
“Per l’inventiva pura con il latte come ingrediente principale, nessun paese sulla terra può eguagliare l’India.” – Harold McGee

In India il latte non è solo il bicchiere del mattino da bere prima di uscire di casa. I suoi usi trascendono gli aspetti dietetici e nutrizionali della vita umana. Il latte, in India, ci porta in un regno che non è mera devozione ma profonda spiritualità. La speciale importanza del latte in India risale alla mitologia indù, come dice la leggenda”Samudra Manthan”, nota anche come “zangolatura dell’oceano di latte”, per far emergere la bevanda dell’ immortalità, l’Amrit (nettare) (ne abbiamo parlato qui 
https://passoinindia.wordpress.com/2018/03/22/il-mito-indu-la-zangolatura-delloceano-di-latte/

In India, il latte e i suoi derivati hanno un uso olistico per scopi religiosi perché si ritiene che abbiano qualità rigeneranti, rappresentano il primo cibo del bambino, coprono ruoli importanti nei rituali, sino alla fine della vita umana.

L’ndia è un dimora di molte culture e individuare l’essenza del latte in un piatto che fosse simile per preparazione un po’ ovunque non è stao così difficile. Alla fine, è stato proprio il famosissimo piatto dolce “Kheer” a poter essere classificato come piatto ricorrente in tutte le parti del Paese.

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Il Kheer può essere considerato un budino di riso fatto di latte, che combina aspetti religiosi, dietetici e nutrizionali nella vita della gente dell’India. Si ottiene  bollendo riso e latte aggiungendo, oltre allo zucchero, altri ingredienti secondo il gusto, tapioca, cardamomo, zafferano, uvetta, pistacchi, anacardi, mandorle e tutta una serie di altri  ingredienti che creano aromi stuzzicanti.
Viene tipicamente servito durante un pasto o alla fine come dessert. Ha nomi diversi nelle varie zone del Paese, ma il metodo di preparazione è più o meno lo stesso.

La menzione del Kheer nell’ ambito dell’Ayurveda dimostra che già anticamente faceva parte dell’antica dieta indiana. Ma ben poco si sa su quando fu preparato il primo kheer o sulle sue origini. La prima citazione del Kheer, che gli storici dicono derivare dalla parola sanscrita kshirika (che significa piatto preparato con latte), si trova nel Padmavat, poema epico del XIV’ del Gujarat, non come un budino di riso ma un dolce di latte e jowar (il sorgo, una graminacea usata per produrre foraggio o il per pollame ed oggi tra l’altro riscoperto come ottimo alimento per celiaci). Allora, anche usare il miglio nel Kheer era abbastanza comune. I romani usavano questo piatto come refrigerante per lo stomaco o per una dieta purificante. A differenza dell’Occidente, dove la noce moscata è diventata un’aggiunta successiva per insaporire il kheer, la versione indiana ha da sempre usato  la cannella o il cardamomo, forse per bilanciare il gusto dolce amaro del jaggery, lo zucchero di canna, dato che lo zucchero, come oggi lo conosciamo, era ancora un ingrediente sconosciuto in India.

Ciò non ha impedito all’India di avere le varianti di questo semplice piatto dolce proveniente dai diversi stati del paese. In Kerala, il Kheer è il Payasam ed il più popolare si trova nei templi di Guruvayoor e Ambalappuzha. Nel tempio di Ambalappuzha, il payasam è servito come parte di una tradizione, basata su un’antica leggenda. Essa racconta che il Signore Krishna prese la forma di un vecchio saggio e sfidò a una partita a scacchi il grande re di quella regione. Essendo un vero giocatore di scacchi, il re accettò volentieri l’invito del saggio. Chiedendo al saggio cosa volesse in caso di vittoria, il re si stupì: il saggio chiese una quantità di chicchi di riso per ogni quadrato della scacchiera ed ogni pila avrebbe dovuto avere il doppio del numero di grani della pila precedente. Il re perse e da allora iniziò la tradizione della distribuzione gratuita del payasam nei templi.
Altre versioni si trovano negli Stati del Tamil Nadu, anche qui chiamato Payasam, del Karnataka e dell’Andhra Pradesh dove è conosciuto come Payasa.

Nella città di Hyderbad (Andhra Pradesh) c’è un’altra versione del Kheer chiamata “Gil-e-Firdaus”, piuttosto popolare. È un kheer denso fatto con latte e zucca e  risente dell’influenza Nawabi, i sovrani islamici che governavano lo stato di Hyderbad.

Nel Sud, oltre alla preparazione comune del kheer a base di latte e zucchero, hanno anche preparati a base di jaggery e latte di cocco.

Nel nord, questo dolce è conosciuto proprio come Kheer, termine che potrebbe essere  derivato dalla parola sanscrita Ksheer che significa latte. Ci sono versioni più popolari del kheer del Nord dell’India, come quello preparato durante le feste e l’havan (un rituale per bruciare le offerte) a Varanasi ottenuto con latte, riso, burro chiarificato, zucchero, cardamomo, frutta secca e kesar (latte allo zafferano) . È un piatto essenziale in molte feste e celebrazioni indù. Il kheer, spesso prodotto con riso, può anche essere fatto con altri ingredienti, come i vermicelli. L’altra versione famosa nel nord dell’India è chiamata Firni, introdotta dai Persiani che pare gli fossero piuttosto affezionati e furono i primi a introdurre l’uso di acqua di rose e frutta secca nel piatto, che fino ad allora veniva preparato facendo bollire solo il riso con il latte.

Nell’India orientale, la versione Odia del kheer di riso (Payas nell’Odisha settentrionale) probabilmente ebbe origine nella città di Puri, nello Stato di Orissa, circa 2000 anni fa. È cucinato ancora oggi all’interno del recinto del tempio. Un’altra famosa variante del kheer in Orissa ha giocato un ruolo importante nella costruzione del famoso il Tempio di Konark. Ne abbiamo parlato qui https://passoinindia.wordpress.com/2013/10/05/qui-il-linguaggio-della-pietra-sorpassa-la-lingua-delluomo-rabindranath-tagore-il-tempio-del-sole-di-konark-orissa-india/

La leggenda narra che le fondamenta del tempio di Konark, davanti alla zona di ancoraggio nel mare, non poterono essere posate che dopo molti tentativi. Ogni volta che veniva gettata una pietra nell’acqua, essa affogava senza lasciare traccia. Quando il progetto stava per essere accantonato, il figlio dell’architetto capo finalmente trovò con la soluzione. Usò una ciotola di kheer caldo con palline di riso per mostrare il punto dove realizzare un ponte che permettesse la fondazione del tempio. Quel giorno, quel ragazzino scoprì anche una nuova forma di kheer chiamata kheer “Gointa Godi”, che oggi è uno dei piatti dolci tipici dello stato. Tale era il sapore di questo piatto che, dopo la guerra di Kalinga, era uno dei piatti principali del palazzo di Ashoka (https://passoinindia.wordpress.com/2013/02/17/il-governo-buddista-di-ashoka/)

Anche il Payas è considerato un alimento di buon auspicio e generalmente associato all’ annaprashana (rituale di svezzamento di un neonato), così come ad altri festival e feste di compleanno nelle famiglie dell’Orissa.

Nel Bengala, si chiama Payas o Payesh e molti dicono che nel VI^secolo, durante la visita a Puri (Orissa) di Chaitanya Mahaprabhu, ritenuto una incarnazione del dio Krishna, molti bengalesi hanno portato dal Bengala il Gurer Payesh, uno dei piatti dolci più importanti. Anche il Payas è considerato un alimento di buon auspicio e anche tra i bengalesi è  utilizzato nell’ annaprashana (rituale di svezzamento di un neonato) e nelle feste di compleanno.

Nella parte più orientale dell’India, il Kheer è conosciuto come Payoxh ed è di colore rosa chiaro, con l’aggiunta di ciliegie e di frutta secca. Per prepararlo viene usato anche il sago (amido commestibile estratto da una palma) invece del riso.
In Bihar, il Kheer, chiamato “Chawal ki Kheer”, è fatto con riso, panna intera, latte, zucchero, polvere di cardamomo, un assortimento di frutta secca e zafferano. Un’altra versione di questo Kheer, chiamato Rasiya, è fatta con sagù (sago) e jaggery.

Il Kheer può quindi essere chiamato il Queen Dish tra gli altri piatti dolci in India. Un pasto sontuoso non è mai completo senza questo grande ma umile piatto. Chiunque può più o meno permetterselo, ricco o povero. Ma ciò che lo rende il piatto per eccellenza è la sua versatilità. Si può fare il Kheer con la maggior parte dei frutti e delle verdure conosciuti nel mondo culinario – dal famoso Kheer di mele, a quello alla zucca, al jackfruit e persino alla mandorla che di solito viene usata come guarnizione. Ma la vera popolarità del Kheer è stata attribuita alla sua associazione religiosa e ai suoi templi. Il suo colore shwet (bianco), lo ha aiutato a diventare simbolo di purezza e divinità.
Anche se si è evoluto nel corso degli anni, passando dalla semplice preparazione di latte, riso e zucchero a una preparazione complessa con l’aggiunta di vari ingredienti, il Kheer mantiene il suo fascino e il gusto dello stile del vecchio mondo, senza mai lasciare le sue radici.

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Fonte https://www.gounesco.com/kheer-the-quintessential-affair-indian-milk/

Dove sono andate le piogge

In India, le piogge sono state tradizionalmente parte integrante della vita. La nostra economia, storia e cultura sono state regolarmente influenzate da episodi periodici di piogge e inondazioni, come anche dalla siccità. I monsoni hanno determinato in larga misura i nostri programmi quotidiani, gli eventi per il tempo libero e le celebrazioni.

Seduto sul balcone continuo a chiedermi come oggi le piogge siano  diventate imprevedibili. Prima, verso la fine di giugno, eravamo in attesa dello “scoppio” del monsone che, come avevamo imparato nelle lezioni di geografia,  nella parte del mio Paese in cui vivo, arrivano da sempre all’inizio di quel mese.

La stagione delle piogge era così prevedibile anche solo da 10 a 15 anni fa. I nostri genitori e nonni  potevano persino prevedere i diversi episodi di pioggia, ognuno con un nome diverso. Al giorno d’oggi, anche con tanto progresso tecnologico e lo studio di fenomeni diffusi in tutto il mondo, come El Nino e La Nina, le previsioni spesso vanno male.

I mesi di giugno e luglio erano mesi di pioggia intensa in diverse regioni. Il monsone diffondeva la sua forza intorno a noi che dovevamo limitare le nostre attività agli spazi di casa. I nostri dormitori all’ostello diventavano  intrisi di acqua. I nostri vestiti non si asciugavano mai e gli ingressi delle case si inondavano. Non c’era modo di evitare di bagnarci ogni volta che ci avventuravamo fuori anche solo per poco tempo.

Di solito, la pioggia faceva sì che non ci fosse tempo di giocare nelle ore serali. A volte, il calcio era l’unico gioco in cui la pioggia era benvenuta. Il brivido di giocare a calcio sotto l’acquazzone era qualcosa da ricordare e amare.

Andavamo nella sala da pranzo dell’ostello, in due o tre schiacciati sotto un solo ombrello, bagnati e tremanti. Lumache e millepiedi erano i nostri visitatori abituali. L’unica consolazione era una breve vacanza forzata per il nostro insegnante di educazione fisica; non sarebbe venuto a svegliarci alle 5:30 per fare jogging e sessioni di allenamento.

L’intera atmosfera cambiava, e la città diventava quasi deserta quando pioveva, in attesa della “calma dopo la tempesta”. Le gocce che scendevano dagli alberi, il gorgoglio nelle fogne e i numerosi mini-laghi nel terreno rendevano difficile il ritorno alla normalità per un bel po’ di tempo.

Tuttavia, divento nostalgico quando ricordo quei giorni di pioggia. Quel sonno intimo sotto la coperta, la gioia di giocare, di camminare sotto l’ombrello, di sorseggiare un caffè caldo e gustare le patatine fatte in casa di jackfruit, erano tutti momenti avvincenti.

È spaventoso che in un arco di dieci anni stiamo invece assistendo a una grande quantità di cambiamenti climatici. L’intensità della pioggia che abbiamo visto una volta non c’è più. O c’è un deficit, o c’è un’alluvione che colpisce milioni di vite.

I nostri sogni per una vita migliore si sono trasformati in una avidità per avere sempre di più che ha finito per distruggere il vero sostentamento della nostra stessa gente.

Nessun canto, nessuna preghiera, nessun matrimonio di rane (https://passoinindia.wordpress.com/2017/07/02/in-india-anche-le-rane-si-sposano/) può riportare l’abbondanza dei giorni passati.

Liberamente tradotto da https://www.thehindu.com/opinion/open-page/where-have-the-rains-gone/article28306837.ece?homepage=true